Conversazione allo specchio

Delle volte, penso che il mio unico problema sia non credere abbastanza in me stesso. Non vorrei certo credermi “chissà chi” ma, almeno, vorrei avere una buona immagine di me. Eppure, non sempre ci riesco. Credo che gran parte dei miei problemi derivi proprio da questo. E non solo nella mia vita personale, ma anche in classe. Si dice che chi non si ama non può amare davvero nessuno, mi chiedo se è davvero così. Di sicuro è vero il contrario: chi non si ama non può pretendere che gli altri lo amino al suo posto. Mi rendo conto che questi problemi in classe vengono a galla. Nello sguardo, ad esempio. Il mio sguardo vaga sempre per terra, fra i banchi. Ho difficoltà a chiedere qualcosa a un ragazzo guardandolo negli occhi. E poi, certo, il mio problema è probabilmente anche quello di non essere abbastanza severo (o, al contrario, di esserlo troppo). Essere poco severo o esserlo troppo sono in realtà la stessa cosa. La vera severità (quella giusta) è un’altra faccia dell’amore; quando non è così, la severità diventa vuota e fine a se stessa. La vera severità non è fredda o distaccata, è calda. Ha uno scopo. Anche per la bontà vale la stessa cosa. Quando i professori dicono, ad esempio, “lo aiuto”, “lo faccio recuperare”, “alla fine gli do comunque la sufficienza”, non è certo perché siano buoni. È solo uno dei tanti modi per non sforzarsi di vedere chi si ha di fronte, per non assumersi la responsabilità di questo (complesso) rapporto umano. Mi rendo conto che anche io, in parte, sono così: o troppo severo o (più spesso) troppo buono, e ciò per non vedere chi ho di fronte o per non vedere me stesso. Che poi è lo stesso.

Saranno banali queste mie riflessioni però, banali o no, il rischio concreto per un docente è quello di tornarsene a casa, alla fine delle lezioni, odiando il proprio lavoro e i propri studenti. Alcuni li odi perché ti vogliono prendere in giro, altri perché parlano sempre e non ti lasciano spiegare, altri perché non si impegnano il dovuto (e non importa quanto ti sforzi a preparare le lezioni). Eppure, mi pare una soluzione troppo semplice quella di odiare i ragazzi. Ho letto da qualche parte che ciò che distingue i maestri veramente grandi, in qualsiasi campo, è una specie di sicurezza interiore. Io, oggi, vorrei davvero fermarmi a riflettere su cosa questa sicurezza interiore potrebbe essere.

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Il cortometraggio

Un’aula di liceo sono pochi metri quadrati di mattonelle annerite, una ventina di banchi disposti su varie file, una cattedra bella grande e delle finestre per far entrare la luce del sole. Un’aula di liceo sono parole pronunciate a voce molto alta, urla, schiamazzi a volte, sotto i quali parlano sussurrando i sogni che spingeranno questi ragazzi a diventare adulti.

Qualche settimana fa, assieme al docente curricolare, abbiamo proposto alla classe un lavoro. Dopo aver visto un breve cortometraggio sulla pandemia, gli alunni dovevano raccontare come le loro vite erano cambiate durante quest’anno. In particolare, dovevano cercare di raccontare gli aspetti positivi del loro lockdown.

Dopo la visione del cortometraggio, la discussione stenta ad animarsi. Anche perché il cortometraggio non è un granché e, fin dal principio, risulta retorico e un po’ forzato. Pian piano, però, uno dopo l’altro i ragazzi cominciano a parlare della loro esperienza. Nico, seduto strategicamente in terza fila ma in realtà il primo della classe, dice che quest’anno ha letto molto di più (circa quaranta libri!); altri studenti dichiarano invece di aver passato molto più tempo con le loro famiglie. Un ragazzo alto, con gli occhiali e una bandana sulla fronte da rockstar degli anni Settanta, dice che è contento perché è potuto stare di più a contatto con la natura e insieme ai suoi animali. C’è chi si lamenta di non poter andare in palestra; mentre a due ragazzi agli ultimi banchi ciò che manca davvero è andare in discoteca. La prof di inglese, con un sorriso sulle labbra, dice a uno di questi due: «Caironi, tu in discoteca?! Scusami, ma non riesco proprio a immaginarti». Allora il compagno subito chiarisce: «Caironi?! Caironi è il tipo che viene in discoteca in polo o in camicia bianca e gira tutto il tempo con una bottiglia di vodka fra le mani».

Bergamo e la sua provincia, come tutti sappiamo, sono state tra le zone più colpite dalla pandemia, soprattutto nel primissimo periodo, tra il febbraio e il marzo del 2020. Nessuno di noi potrà mai dimenticare l’immagine dei camion militari che sfilano portando le salme degli uomini e delle donne uccisi da un male ancora in parte sconosciuto e da cui non sapevamo come difenderci. Bisognava aspettarselo, dunque, che la discussione prendesse un’altra piega. Eppure, nessuno di noi se lo aspettava: né i ragazzi, né i professori. Ad un certo punto, prende la parola un alunno alto alto, seduto nella penultima fila di banchi. È uno di quelli che di solito non interviene – infatti, non ricordo neanche il suo cognome – e però, adesso che parla, usa poche parole cariche di significato. Capelli ricci ricci, occhi neri e fissi sopra la mascherina, dice, senza alcuna intonazione: «L’anno scorso fu un attimo, neanche sapevamo bene cosa fosse questo virus ché ci ha portato via mio zio e i miei nonni». Anche lo studente a cui mancava la discoteca, sempre pronto alla battuta, questa volta rimane ad ascoltare: le parole del compagno sembrano prenderlo alla sprovvista – non ne aveva parlato a nessuno in classe? – e, di colpo, cambia espressione. Il ragazzo riccio parla del suo lutto in maniera estremamente naturale ma, mentre parla, ti guarda talmente fisso che capisci quanto gli fa male. Quando finisce, abbassa gli occhi, e il suo sguardo si perde sulle schiene dei compagni.

Dopo un breve momento di silenzio, la discussione pian piano si ravviva, come un fuoco che si stava spegnendo e che poi d’improvviso torna ad ardere alto. Il racconto di quel ragazzo si perde, fra mille altre voci, fra mille altri racconti che parlano di cose meno importanti, delle piccole rinunce che ognuno di noi ha dovuto sopportare quest’anno; fino a quando il dibattito non si estende ad altri argomenti. Poi suona la campanella e gli alunni si alzano per fare intervallo. E allora di nuovo chiacchiere, parole pronunciate a voce molto alta, qualche urlo. Schiamazzi, sotto i quali parlano sussurrando i dolori e i sogni che spingeranno questi ragazzi a diventare adulti.

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Le notti, le mattine

Guardando la foto che fa da copertina a questo blog, delle volte, penso che sia molto azzeccata. E non solo perché c’è la bussola – cercando il Nord – o perché c’è la macchina da scrivere, ma anche perché c’è una piccola lanterna. La foto è buia e, in effetti, spesso è proprio di notte che scrivo. Ed è da una di queste notti, infatti, che vi spedisco questa letterina. Le strade – fuori dalla minuscola casa di un’unica stanza in cui vivo – ora sono deserte. Il cielo, nero. Qualche stella – sono sicuro – adesso brilla sulla mia testa, mandando la sua fioca luce attraverso gli anni e da milioni di chilometri di distanza. Il silenzio è rotto solo dal canto di qualche piccolo uccello – segno che la città si sta lentamente svegliando – e, dentro casa, da una vecchia radio gracchiante (che ho trovato qui quando mi sono trasferito) che ora trasmette una canzone di De André, anch’essa nata tanti anni fa e molto lontano da qui. Ed è proprio da centinaia di chilometri di distanza e da un tempo remoto che stanotte, stamattina, mi sembra di salutarvi e di bussare alla vostra porta come il gallo stonato che adesso bussa alla mia.


P.s. Da oggi puoi ascoltare le canzoni di queste storie su Spotify, trova “Cercando il Nord”

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L’assemblea degli studenti

La comunicazione è chiara: tutte le lezioni si devono interrompere per permettere agli studenti di partecipare all’assemblea. Io e il professore di Elettrotecnica, poco prima dell’ora “x”, ci scambiamo uno sguardo teso mentre lui continua, distrattamente, a snocciolare gli ultimi argomenti della lezione. Quando si allunga troppo, però, qualcuno dal fondo della sala proclama a voce alta “Professore! Alle dieci c’è assemblea!”. Il professore, sessant’anni fatti, trent’anni di onorata carriera nell’Istituto, è costretto a ingoiarsi la lingua mentre mi getta un altro sguardo imbarazzato e balbetta qualcosa del tipo “Eh ragazzi, allora concludiamo”. Alle dieci tutti pronti: il mio collega cerca di trovare la pagina per il collegamento, mentre io, docente di sostegno e dunque secondo in carica, squadro la classe con aria di sfida. Gli occhi dei ragazzi bruciano, fissi e neri sembrano urlare: “Vogliamo partecipare!”. Eppure, tutto già dall’inizio appare strano. Dietro di me vengono proiettate le immagini del pc: “Su Meet non c’è nulla!”, dice esasperato il professore. “È su Twitch!”, urla un ragazzo al primo banco, insofferente verso quella che, si capisce, considera una lacuna irrecuperabile. “È su Twitch”, ripete il professore, e poi a bassa voce, in modo che solo io lo possa sentire: “…sembra facile!”. Ma Twitch non è la piattaforma di intrattenimento dove gli influencers fanno le loro dirette? Non ho il tempo di rispondermi perché, con l’aiuto di un ragazzo, il collegamento è già pronto. La pagina di Twitch è sullo schermo ma nulla, l’assemblea ancora non inizia. Solo parecchio tempo dopo (alle 10.40 circa) compare sullo schermo un ragazzo col cappuccio che scandisce chiaro: “Benvenuti all’assemblea ScuolaZoo!”.

Io lo guardo e penso che quello non ha proprio l’aria di essere un rappresentante degli studenti. E infatti il ragazzo si presenta e il mistero si chiarisce: si chiama Francesco ed è un deejay di ScuolaZoo – quella che dopo scopro essere una community (come oggi si chiamano le aziende) da più di quattro milioni di followers su Instagram che offre svariati servizi (a pagamento e non) agli studenti di tutta Italia. Il deejay sullo schermo si collega con un famoso youtuber (incaricato di parlare del suo canale: di come si pubblicano contenuti “di qualità”, di come si guadagnano followers e cose del genere) e con – finalmente! – una rappresentante degli studenti (che però precisa fin dall’inizio di essere una “rappresentante ScuolaZoo” [senza spiegare cosa questo significhi]), portavoce degli studenti di una ventina di istituti gemellati della Lombardia, tutti in quel momento collegati alla diretta/assemblea.

Riassumendo, l’assemblea degli studenti a cui sto assistendo consiste in: 1) un deejay che dirige/presenta la diretta/assemblea (o “assemblea ScuolaZoo”, come pure è stata chiamata) 2) uno youtuber (che poi ho scoperto essere uno youtuber arcinoto fra gli studenti e, parola dei ragazzi, “uno che spacca”) che cerca di: spiegare come diventare famoso sui social/farsi pubblicità/atteggiarsi un sacco e 3) una rappresentante che sostiene (e lo dice con assoluta serietà) di essere lì “perché è tempo di ridurre la distanza fra professori e studenti”. L’unica cosa che davvero mi è chiara in tutta la faccenda però – e che mi rimbomba nella testa perché è scritta praticamente ovunque – è proprio la bizzarra parola/community/azienda “ScuolaZoo”. Il logo (costituito proprio dalla scritta “ScuolaZoo” a caratteri cubitali) è dappertutto: sulla felpa del deejay, su quella del youtuber – fin qui c’era da aspettarselo – ma anche su quella nera della rappresentante, felpa su cui, se non ricordo male, avrebbe dovuto esserci il faccione barbuto del Che con un sigaro in bocca. Quando capisco – non ci voleva molto, in realtà – che l’assemblea non porta a nulla e che (soprattutto) non ha nulla a che fare né con la scuola né con i diritti degli studenti, ma al massimo con questa azienda chiamata ScuolaZoo, vedendo che il mio collega è uscito e non accenna a tornare e trovandomi solo con la classe, penso che finalmente è arrivato il mio momento.

Il professore non c’è, dunque, entro automaticamente io al comando. Da un banchetto laterale di soppiatto scivolo dietro la cattedra mentre gli occhi dei miei studenti sono ancora tutti alzati verso i deejays/rappresentanti/dipendenti di ScuolaZoo. Lentamente e senza che nessuno se ne accorga faccio scendere l’asticella del volume – in una dissolvenza, questa sì, da vero deejay – abbasso l’audio di Twich e inizio a parlare a voce sempre più alta in modo che lo scambio tra la mia voce e quella del deejay risulti assolutamente naturale e – soprattutto – necessario. “Bene, ragazzi” inizio a dire. “Scusate”, mi correggo, quando i loro occhi minacciosi si abbassano dallo schermo su di me, perché mi sembra più educato, “…non vi pare – e qui cerco di usare tutte le precauzioni del caso – che non c’entri nulla l’assemblea degli studenti con questa ScuolaZoo?”. Gli alunni mi guardano sgranando gli occhi – soprattutto dal primo banco – ed io prendo coraggio e cerco di affinare il concetto: “Perché, vedete… l’assemblea degli studenti dovrebbe avere come obiettivo quello di difendere i diritti degli studenti nei confronti dei docenti. Nasce nell’ambito della lotta di classe in cui gli studenti appartenenti a classi subalterne dovevano far valere i propri diritti in un impianto di istruzione ancora elitario…” ma non riesco a finire la frase che uno studente al primo banco, felpa nera, ciuffo nero, occhi neri come due tizzoni ardenti fra le palpebre, mi interrompe: “Ma che dici! – proprio così, col “tu” – Ma se l’hanno organizzata loro l’assemblea, quelli di ScuolaZoo!”. Allora cerco di continuare e balbetto qualcosa, ma a quel punto capisco di aver perso improvvisamente qualsiasi autorità e vorrei lasciare il mio posto ma: dov’è il professore?

Tutti si rendono conto delle mie difficoltà fino a quando un ragazzo, dalla penultima fila di banchi, ne approfitta e urla qualcosa del tipo: “Pierino! Raccontaci una barzelletta!”. Non guarda me mentre lo dice, dunque, almeno teoricamente, può rivolgersi a chiunque nell’aula; io comunque, per la cronaca, questo maglione rosso stamattina proprio non lo volevo mettere (avrei optato serenamente per qualcosa di più sobrio se non fosse che era la cosa più calda che avevo nell’armadio). La classe ormai è in subbuglio, l’ordine irrimediabilmente perso. E il mio collega ancora non si vede. L’unica cosa che mi resta da fare è un altro dei miei numeri. Impugno con decisione il mouse e, lentamente, inizio ad alzare di nuovo l’asticella del volume. I deejays sullo schermo – quelli sì che sanno tenere l’attenzione della classe – ricominciano lentamente a parlare e gli occhi dei ragazzi piano piano si risollevano verso lo schermo mentre le loro bocche finalmente si richiudono. Io allora approfitto per scivolare di nuovo in uno dei banchetti laterali e tornare a guardare come gli altri le immagini proiettate sulla lavagna, convincendomi, una volta e per tutte, che i diritti degli studenti sono davvero importanti e che, sì, forse al posto del professore avrei dovuto fare il deejay.

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Il numero 8

A portarmi a scuola è un autobus rosso e lungo, l’otto. A prenderlo, siamo in parecchi. C’è uno stronzetto con i piedi sul sedile che cerca di farmi una foto ogni volta che salgo a bordo. C’è una signora cinese che parla al telefono per tutto il tragitto (in italiano) e che – è tutto vero! – come nei film non sa pronunciare la “r”. Ci sono due sudamericani – una donna e un uomo dalla pelle scura e i volti gonfi – che si seggono tutte le mattine, l’uno di fronte all’altra, per parlare a lungo delle prelibatezze dei loro rispettivi ed esotici paesi natii. E ci sono ragazzi dappertutto, seduti nelle posizioni più innaturali – posizioni da cui bisogna ipotizzare che sotto le felpe ammaccate non abbiano alcuno scheletro – con larghi cappucci sugli occhi semichiusi e grandi zaini colorati fra le gambe. E poi ci sono io, che non sono molto diverso da questi ragazzi: anche io mi trascino dietro un grosso zaino e anche io oggi non vorrei assolutamente andare a scuola. Ma le strade sfrecciano ai nostri lati, comunque, indifferenti ai nostri desideri. Dalle strade signorili del centro è un attimo che passiamo a quelle semi-rurali della provincia, dove il cielo d’improvviso si fa cupo e anche il verde non ha più quel tono salubre e brillante degli alberi dei parchi cittadini. Da qualche parte dietro di me arrivano le voci di due ragazzi che parlano di “diodi” e di “resistenze” – parole con cui anch’io quest’anno sono stato costretto a familiarizzare. Uno dei due parla a voce molto alta, mentre l’altro a volume bassissimo, e con una strana voce nasale da cartone animato. Oltre a questo, il secondo ragazzo è sempre in controtempo, per cui: o risponde molto in ritardo, oppure comincia a parlare prima che l’altro abbia terminato il suo discorso. Il risultato è che, per chi li ascolta soltanto, i due sembrano impegnati in due conversazioni distinte, con due interlocutori differenti. Ma basta voltarsi ed eccoli lì, l’uno accanto all’altro come due migliori amici: il primo, alto e grosso, a tutti gli effetti già un uomo, il secondo – che potrebbe doppiare un topo della Disney senza che nessuno gli dica che in effetti è un topo della Disney quello che sta doppiando – ancora un bambino, in una differenza di sviluppo che, ho imparato, è tipica dei compagni di classe ai primi anni delle superiori. Ora, uno dei due sudamericani (la donna) scende alla sua fermata, e uscendo dalle porte urla verso l’abitacolo «Hasta luego!»; lo fa con una tale allegria e con una tale spensieratezza – a confronto con i nostri volti grigi e sbadiglianti che proseguono verso la scuola – che la sua defezione a metà tragitto appare a tutti per quella che è, e cioè una vera cattiveria. Ora il pullman continuerà dritto per qualche centinaio di metri e poi, finalmente, ci sarà la tanto attesa curva a “u” – la preferita dell’autista, suppongo, che si allena a prenderla ogni giorno a velocità maggiore, per quanto è possibile considerato il lento e ingombrante mezzo con cui è costretto a gareggiare – una curva che farà rivoltare lo stomaco proprio a tutti. Ed è in previsione di questa curva che devo affrettarmi a concludere, poiché: 1) scrivere nella curva metterebbe definitivamente una croce nera su questa giornata 2) non si sa mai, è meglio comunque salutarvi prima della curva. Dopodiché, se dio vuole, saremo tutti arrivati. Sani e salvi.

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Gli ubriachi

Un giorno mi piacerebbe scrivere una storia dal titolo “ubriachi”. In questa storia ci metterei pure un cane, un piccolo cane nero – un terrier, per intenderci – abituato a guardare i passanti dalla vetrina del negozio della sua padrona. Ambienterei tutto in una strada in discesa, una strada in discesa con i sassi a terra al posto dell’asfalto. Una strada proprio come questa. La storia si svolgerebbe in questi giorni di “riapertura” in cui la città – questa città, che poi nella storia starebbe a rappresentare tutte le città – si risveglia lentamente dal doppio letargo dell’inverno e della pandemia. Sarebbe una storia ambientata in primavera – tutte le storie d’amore sono ambientate in primavera – e di sera. Sarebbe una storia buia, con poche luci: quelle dei locali, dei locali ancora aperti, e delle finestre che affacciano sulla strada. In questa storia, non succederebbe proprio nulla: ci sarei io che risalgo la nostra strada, qualche uomo ubriaco che cammina a zig zag – lo devi comprendere, è da tanto che non beveva! – le voci dei ragazzi che salgono dai locali e un cane, questo piccolo cane nero. Lo stesso cane nero che è finalmente uscito dalla vetrina e che ora mi fissa torvo, con due occhi piccoli e luccicanti come spilli che sembrano dire “stasera siamo faccia a faccia, stronzo”. In questa storia, tu mi aspetti a casa – sei una delle finestre illuminate in fondo alla via – tu mi aspetti e io scrivo. Tu mi aspetti e io scrivo. Come facciamo sempre. Forse non la intitolerei “ubriachi”, forse sarebbe più giusto intitolarla “il cane” o, al massimo, “il cane è finalmente uscito dalla vetrina”. Ma magari è solo di un’attesa che parla la nostra storia. Del resto, poco importa. È una storia che non scriverò mai.

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Oggi è sabato, domani si torna a scuola

«Oggi è sabato, domani non si va a scuola», recitava un famoso brano degli anni Novanta, che noi, studenti nei primi anni 2000, cantavamo a squarciagola per i corridoi del liceo non appena suonava l’ultima campanella della settimana. Oggi, vent’anni dopo, mi tocca intonare lo stesso ritornello ma alla rovescia: «Oggi è sabato, domani si torna a scuola». Sì, perché è dello scorso sabato la comunicazione con cui il dirigente della scuola dove insegno informa i docenti e le famiglie che da lunedì si torna in classe, con una frequenza tra il settanta e il cento per cento (in pratica, ogni classe va a scuola due settimane su tre). «Finalmente!», esulteranno i più ottimisti fra di voi e, in particolare, quelli che non ricordano come è fatta un’aula di liceo. Fra presunti articoli scientifici che sostengono che a scuola non vi è più pericolo che altrove, insegnanti ingenui ed entusiasti e, presumo, interessi politici che spingono per una riapertura all’ultimo minuto, vorrei almeno descrivere la situazione così come si presenta da dietro la cattedra, agli occhi di un docente. 22 ragazzi (quando va bene) con i banchi tra loro distanti una quindicina di centimetri e un professore, a mezzo metro dalla prima fila, spesso obbligato a condividere la cattedra con un secondo professore (sia esso docente compresente o di sostegno). A questo dato di fatto, bisogna aggiungere l’evidenza scientifica che i positivi che hanno meno di vent’anni sono quasi sempre asintomatici e la (dura a morire) abitudine degli studenti di far scivolare la mascherina sotto al naso. La realtà è che per non fare anche l’ultimo mese (di questo tormentato anno scolastico: sigh!) in Dad, si mettono a rischio migliaia di docenti non ancora vaccinati e milioni di famiglie. «Oggi è sabato, se ci penso ho un nodo in goolaaa».

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Le domeniche

La domenica mattina, un insegnante del Sud che si è trasferito a Bergamo per ragioni di lavoro può finalmente dedicarsi al suo passatempo preferito: guardare i bergamaschi fare sport. Fin dalle prime ore della giornata, infatti, la città si trasforma in un immenso palasport a cielo aperto, per permettere a tutti di ossequiare l’antico adagio “mens sana in corpore sano”. Alto, slanciato, fisico tonico e volto da attore, il bergamasco lavora sodo sei giorni su sette per svegliarsi presto la domenica mattina e incominciare a correre. Di solito, i cittadini avanzano in coppia. E a tute abbinate. Leggings neri, felpa di un colore brillante, lei; scaldamuscoli neri e felpa dello stesso colore, lui; entrambi con ai piedi l’ultimo modello di nike. Ma ci sono anche corridori soli o famiglie impegnate in quella che, più che una modesta passeggiata della domenica, sembra essere una dura sessione di allenamento famigliare. Seduto al bar, bevendo tranquillamente il mio caffè, ho la netta sensazione che la città intorno a me si muova. È infatti tutto un girare di ruote e di pedali, uno sfregare di lycra contro lycra, di gamba contro gamba, al ritmo sincopato di profonde inspirazioni e potenti espirazioni. Forse è per questo che, mi accorgo, il bar è mezzo vuoto. Sospetto che non sia per la pandemia, è che al bergamasco l’inattività innervosisce. Seduto al tavolino, lascio perdere per un momento la cavillosità intrinseca a qualsiasi riflessione e mi abbandono a guardarli, ammirato, mentre sfilano nel loro completo domenicale. Neanche per salutarsi si fermano. Si scambiano un buongiorno da lontano o sollevano un braccio, semplicemente. Ora, ad esempio, un signore dall’altra parte della strada ne saluta uno sul mio marciapiedi. Alza le dita e gli fa il segno di “quattro”. Quattro cosa? mi chiedo. Quattro volte? Quattro giri, forse? Soltanto dopo leggo l’amara notizia: «Atalanta-Napoli: 4-2». Certe cose bisogna proprio aspettarsele.

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Un minuto di silenzio

Qualche settimana fa, purtroppo, la Lombardia è tornata in zona rossa ed è ricominciata la Dad. Le lezioni in Dad, come si sa, sono grigie, noiose, i ragazzi si distraggono e chi andava male già in presenza smette completamente di studiare, chi andava bene, inizia ad arrancare. In questi giorni di Dad è caduta la ricorrenza della Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’epidemia e tutte le classi – le classi virtuali – alle undici erano tenute ad osservare un minuto di silenzio. Delle volte, trasgredire alle regole è utile: una professoressa di italiano dell’istituto ha proposto a tutte le classi la lettura di una poesia, una poesia che, mi sembra, è riuscita a ricordare meglio del silenzio cosa è un’epidemia e cos’è la morte. Una poesia che adesso io decido di leggere a voi:


Non mi rassegno a rinchiudere cuori pieni d’amore nella dura terra.

Così è, e così sarà, perché così è stato, da tempo immemore:

Nel buio se ne vanno, i saggi e gli amati. Coronati

Di gigli e di alloro se ne vanno; ma non me ne rassegno.

Amanti e pensatori, andate sotto terra.

Tornate tutt’uno col fango, con la polvere indifferente.

Un frammento di ciò che avete provato, di ciò che avete conosciuto,

Una formula, una frase rimarrà, — ma il meglio è perduto.

Le risposte rapide e attente, lo sguardo onesto, il riso, l’amore, —

Se ne sono andati. Andati a dar linfa alle rose. Eleganti e aggraziate

Fioriscono. Odorose fioriscono. Lo so. Ma non l’approvo.

Era più preziosa la luce nei tuoi occhi che tutte le rose del mondo.

Giù, giù, giù nel buio della tomba,

Vanno quieti i belli, i dolci, i gentili;

Vanno silenti gli intelligenti, gli arguti, gli audaci.

Lo so. Ma non l’approvo. E non mi rassegno.

(Canto funebre senza musica di Edna St. Vincent Millay).

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La vaccinazione

«Bisogna attendere quindici minuti», ci dicono. L’atmosfera è leggera, informale, nonostante la solennità del momento: i listoni di finto parquet a terra, la radio che manda le canzonette dell’estate – un’estate passata da molto, un’estate molto futura, non saprei – una suora seduta su una sedia che completa un cruciverba. Nella sala vaccinazione oggi sono l’unico uomo: si sa, i docenti di scuola sono in maggioranza donne. Per scoprire il braccio sinistro ho bisogno di togliermi la camicia. Mentre mi sbottono l’infermiera mi guarda impensierita, poi, gettando un occhio alle signore in attesa dietro di me, mi fa il gesto di fermarmi. Mi porta in un’altra sala dove, mi dice, posso spogliarmi liberamente. Il braccio disteso lungo la sedia, il torace scoperto ma non fa freddo. È già primavera, in fondo. È un attimo, neanche vedo la siringa. Neanche sento la puntura. Esco con la camicia ancora in parte sbottonata e aspetto in prima fila il certificato di vaccinazione. Un’altra infermiera, da dietro al pc, mi avverte: «È alla rovescia». «Cosa?», chiedo io, ancora frastornato dalla solennità del momento. «La camicia, l’ha abbottonata alla rovescia». «Ah, non fa nulla!», rispondo imbarazzato. Ma lei insiste: «Forse, se la mette nei pantaloni si nota di meno». Adesso, sono completamente rivestito. Maglione e piumino, nonostante la primavera. Siedo nell’ultima fila di sedie in fondo alla sala. Una musica alla radio mi ricorda qualcosa di impreciso e lontano. «Dovete aspettare quindici minuti», ci ripetono. Ogni tanto, sento un lieve pizzicore al braccio sinistro, la mano mi sembra bruciare. Quando inizia a tremare, smetto di scrivere. Ancora cinque minuti e, forse, avrò dato il mio contributo alla fine di tutto questo. Ancora quattro, e potrò andarmene contento incontro a questa giornata di sole.

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