Il tema

Se fossi uno scrittore, adesso saprei descrivere questi tre ragazzi seduti di fronte a me, ognuno chino sul proprio foglio a scrivere. Oggi era il giorno fissato per il tema in classe, e allora scrivi le tracce alla lavagna, il rumore del gessetto sull’ardesia, la polvere bianca che scivola sui pantaloni. Ora nella classe regna il silenzio. Si sente solo il rumore delle penne che scrivono, che lentamente incidono i pensieri sul foglio sottile. Solo il rumore di pagine che si voltano e il sussurro ovattato della mia matita che si muove sulle prime pagine del manuale di filosofia.

P. è un ragazzo mingherlino, basso e con gli occhiali, che indossa sempre una felpa col cappuccio. Accanto a lui c’è R., anche lui sempre con una felpa chiara. È biondo e parla velocissimo; mentre parla muove compulsivamente le dita grasse e bianche. Al suo fianco c’è M., magro come il primo ma senza occhiali. Se P. è di carattere irascibile e non ti guarda quasi mai negli occhi, M. invece ti punta sempre dritto con uno sguardo leale. Oggi, appena sono entrato in classe, M. mi dice di aver studiato. Mi mostra addirittura le pagine sottolineate, le stesse pagine che gli avevo mostrato io la volta prima, quelle “da studiare”. Il dubbio è che basti qualcuno che gli indichi la strada perché loro, diligentemente, la seguano. Ma è solo un dubbio, un’illusione. Ciò che va bene per M. non per forza va bene per R. o per P.


Se fossi uno scrittore, adesso li saprei descrivere, l’uno accanto all’altro nei loro banchi mentre finiscono la verifica. Vi direi che sono complementari. P. magrissimo e dal carattere spigoloso, R. in carne e fin troppo gioviale, M. equilibrato, pacato e pieno di una forza interiore che agli altri sembra mancare. Vi direi che sembrano usciti da un film americano sull’adolescenza, come Stand by me. Tre giovani in cammino seguendo il tragitto delle rotaie abbandonate alla ricerca di un tesoro nascosto. Ma, a dire il vero, non so neanche se sono amici. Magari una volta finito il compito usciranno dalla porta senza voltarsi indietro, senza scambiare neanche due parole. Se fossi uno scrittore, ma è suonata la campanella e per tutti è ora di consegnare.

Ancora sui primi filosofi

Spesso mi capita di sentire ragazzi che considerano i primi filosofi di cui siamo a conoscenza non dei veri filosofi, ma una sorta di scienziati dotti, per dire così, di una scienza molto primitiva. I vostri colleghi più volte mi hanno detto, e in tutte le salse, che dire che «l’acqua è principio di tutte le cose» non significa nulla, o quasi. Molto spesso, i primi filosofi si ricordano come “quelli dei quattro elementi”: quali sono i quattro elementi? Ecco: acqua, aria, terra e fuoco; anche se, a dire il vero, nessuno di questi primi filosofi ha mai detto che principio o sostrato di tutte le cose sia la terra (soluzione che, a pensarci bene, sarebbe stata anche la più semplice e la più ovvia). Insomma, la filosofia, nella sua prima veste è per lo più sottovalutata e imparata a memoria, associando niente di più che un nome a un elemento, che sarebbe anche stato il principio primo del mondo e dell’universo.

Io però vorrei farvi vedere tutto in maniera – almeno un pochino – differente. Prima di tutto, nessuno, prima di Talete, si era mai sognato di trovare un principio primo da cui tutto avesse origine, o, meglio, nessuno lo aveva mai cercato razionalmente. Si narravano miti sull’origine del mondo, ad esempio, nella Teogonia Esiodo ci dice che in principio era il Caos, e poi dal Caos erano nati Erebo (la tenebra), la Notte, Gea (la Terra) e Tartaro (l’abisso del mondo). Da questi primi antichissimi dei, sempre secondo la Teogonia, sarebbero nati il Mare, il Cielo stellato, i Monti e, via via, tutti i dei dell’Olimpo. Non vi era ancora però l’idea di una generazione naturale – fisica – del mondo fisico che ci circonda, né tali miti derivavano da un’indagine razionale (insomma, nessuno, neanche lo stesso Esiodo, avrebbe saputo spiegare perché in effetti all’origine del mondo ci fosse l’uno o l’altro dio, se non mettendosi a citare miti ancora più antichi).

Con queste premesse, capite bene come lo sforzo di uno scienziato e matematico, qual era Talete, di ricostruire razionalmente l’origine del mondo naturale resta degno di essere ricordato. Progressivamente, già dal VII secolo a.C. l’uomo iniziò a rendersi conto o, meglio, ad immaginare di poter raggruppare tutte le cose che lo circondavano in base ad un unico principio. Nella Mileto di 2600 anni fa, dove nacque e visse Talete, non c’erano molti oggetti – come invece oggi – ma vi erano una serie limitata di oggetti facilmente riconducibili alla materia prima di cui erano composti (per la maggior parte). Vi erano spade, fatte prevalentemente di ferro, scudi e armature. Vi erano stoffe di vario tipo e che però erano facilmente riconducibili alla terra, e pelli, che venivano naturalmente dal bestiame. Vi erano poi monete e monili d’oro, di bronzo e di rame. Qualche pietra preziosa. Vasi d’argilla o terracotta. Colonne di pietra levigata. Vi era poi il mare, specchio del cielo, tanto bello quanto insidioso. Le montagne e i boschi ricolmi, come grandi vasi, delle più svariate forme di vita – vegetali e animali. E poi senz’altro vi erano gli uomini, e ve ne erano di tutti i tipi: buoni e cattivi, forti e deboli, belli come il sole o, invece, più simili agli animali delle foreste. Vi erano donne, vi erano uomini. E poi, nient’altro. Più o meno. Dunque, poiché ogni cosa di queste era – a differenza d’oggi – facilmente riconducibile all’elemento fondamentale che la componeva, uno scienziato, Talete, pensò: e se invece raggruppassimo tutte queste cose, e gli elementi da cui queste sono state generate, sotto un unico elemento o principio all’origine di tutto? È possibile trovare un primo elemento che genera tutti gli altri, proprio come, a loro volta, le singole cose sono generate da un elemento specifico che le caratterizza?

Ecco, questa è la sfida che si pone Talete; e vi sembra poco? Più tardi, l’insieme di “tutte le cose che sono” sarà chiamato dai filosofi Essere, così come i Cristiani lo chiameranno il Creato; ma non è ancora il momento. Un’idea per nascere ha bisogno di una lunga gestazione, e a Mileto (una colonia greca, nell’odierna Turchia) 2600 anni fa l’uomo mosse i primi passi verso la creazione di idee grandissime e onnicomprensive come quelle di universo, galassia, vita o Essere. Fu come iniziare a scalare una vetta invisibile, una cima che non è possibile trovare in nessuna mappa o cartina, la cima del pensiero; furono i primi tentativi di abbracciare tutto con quello che poi sarà chiamato “concetto”.

Bene, e potremmo continuare nell’approfondire questi filosofi tanto semplici quanto complessi. È vero, ad esempio, che un altro filosofo della scuola di Mileto, tale Anassimene, trovò il primo principio nell’aria – operazione almeno apparentemente simile a quella di Talete – ma che dire, invece, di Anassimandro, che identificò il primo principio con l’ápeiron? Áperiron in greco vuol dire “illimitato” o “infinito”, deriva da alfa privativo più il sostantivo péras, e cioè “limite”. Vedete come questo ápeiron o infinito non ha già più niente a che fare con i quattro elementi ma è ad essi anteriore e li genera?

L’ápeiron è sicuramente un principio più astratto degli altri, o almeno così sembra, dato che tutti abbiamo visto o abbiamo esperienza dell’acqua o dell’aria ma nessuno, invece, di questo “infinto” o “indefinito” da cui poi le cose, compresi gli elementi, si genererebbero. Sembrerebbe che i primi filosofi vadano, nella ricerca dell’origine del tutto, da principi materiali e fisici a principi via via sempre più astratti. La ricerca del principio primo, infatti, continua tra i filosofi anche dopo la scuola di Mileto. Pitagora e i pitagorici, ad esempio, identificheranno come principio primo il numero ed Eraclito, soprannominato l’Oscuro, il fuoco.

A ben vedere, si va, nella ricerca del principio primo, da qualcosa di molto materiale come l’acqua a principi sempre più astratti e intangibili; e ciò perché i pitagorici (vissuti dopo i filosofi di Mileto) individuarono il primo principio nel numero (entità astratta per definizione), ed Eraclito, nel lógos (che in greco vuol dire “parola” o “ragione”). Dunque, “numero” e “parola”, possiamo immaginare due entità più astratte? Poi Platone individuerà, come è noto, nelle Idee (entità astratte eppure localizzabili nell’Iperuranio) l’origine di tutte le cose sensibili, e cioè delle cose di questo mondo, quelle che si possono percepire attraverso i sensi. Insomma, non sembra un cammino verso principi sempre più astratti?

A questo proposito, un vostro collega di un’altra classe mi ha fatto una domanda: «Se il percorso è verso primi principi sempre più astratti, perché studiamo Anassimandro con i filosofi di Mileto e non con i filosofi successivi?». L’ápeiron, diceva Elia, mi sembra molto più simile al numero di Pitagora e al lógos di Eraclito piuttosto che all’acqua (di Talete) o all’aria (di Anassimene).

In realtà, le cose sono molto più sfumate di così. È vero, ad esempio, che l’ápeiron sembra più un concetto che un elemento, eppure, per Anassimandro, l’illimitato era una cosa materiale (seppure indefinita), qualcosa di molto simile a una materia informe e primordiale, da cui tutte le cose saltavano fuori come da un gigantesco cappello. Viceversa, è anche vero che il numero, che sembra l’entità astratta per eccellenza, per Pitagora coincide con il punto geometrico. In altre parole, per Pitagora il numero è un’entità materiale, proprio come un sassolino. Per cui tanti numeri messi l’uno accanto all’altro possono comporre tutte le cose di cui è fatto il mondo. Le cose e i rapporti fra esse possono essere ricondotti a numeri e rapporti matematici. Per fare un esempio, per Pitagora un oggetto di forma quadrata è riconducibile al numero quattro, perché composto da due linee parallele ognuna di due punti.

Il cammino verso l’astrazione si fa via via sempre più complicato, perché è vero che per Eraclito è il lógos, la ragione insita nelle cose, ad essere all’origine del mondo ma è pur vero che questa ragione è a sua volta un elemento, il fuoco, l’elemento dinamico per eccellenza e, allo stesso tempo, pòlemos, la guerra, lo scontro che sta al di sotto di ogni cosa che è. Quando con fatica l’uomo, nello sforzo di dominare la sua intelligenza, arriverà a sussumere tutte le cose che lo circondano sotto l’essenza che le accomuna (il loro concetto), chiamerà questa essenza Idea – e cioè, letteralmente, “essenza visibile” -; non la chiamerà, come invece facciamo noi, “concetto” o “rappresentazione mentale”. Quest’ultima che ho citato è la dottrina platonica delle Idee. Tali idee sono considerate da Platone non degli oggetti “mentali” ma degli oggetti realissimi, presenti e visibili a tutti anche se non in questo mondo ma in un mondo sopra il cielo. Prima di incarnarsi, secondo Platone le nostre anime passavano per l’Iperuranio e potevano vedere queste idee di cui poi si sarebbero ricordate una volta incarnate nel corpo.

Insomma, come vedete questi primi filosofi non possono essere imparati a memoria, come saremmo tentati di fare, e sono molto di più di un nome di persona associato ad un elemento. Ora, dai vostri sguardi, ho paura che vi siete un po’ persi. Platone paragona il percorso attraverso la filosofia ad una corsa di carri. Vedrà di più chi riuscirà a restare per più tempo in sella al proprio carro, in una corsa forsennata al seguito dei carri più veloci degli dei. A me sembra che voi siete caduti dal vostro carro già diverso tempo fa e, vi confesso, anche io adesso sono un po’ stanco. Chi è che ha il libro e vuole leggere?

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La cicuta e la filosofia

Domanda di Davide: perché condannano Socrate a suicidarsi col veleno? Perché non lo fustigano a morte, come pure succedeva? Forse, perché volevano metterlo alla prova?

Tentiamo di rispondere: per tutto il Fedone, Socrate dice che “filosofare” altro non è che “esercitarsi a morire”. Quando, spaventati, i discepoli di Socrate pensano alla morte del maestro e gli chiedono se ha paura, Socrate risponde: “Mi sono esercitato tanti anni a staccarmi (attraverso il pensiero e la filosofia) da questa prigione che è il mio corpo e, proprio adesso, dovrei avere paura?”
Se seguiamo questa possibilità interpretativa, la cicuta (e la condanna a suicidarsi con la cicuta) altro non sarebbe che una metafora della filosofia. È Socrate che, come ha fatto notare Davide, in qualche modo decide di morire ed è sempre Socrate che decide di filosofare. La filosofia, come sappiamo, è stata pure la causa della sua condanna e, allo stesso tempo, il motivo per cui Socrate sceglie di non scappare e di accettare la sentenza. Metaforicamente e concretamente dunque la filosofia è la causa della morte di Socrate, il suo suicidio. La morte (e dunque la cicuta) per chi non crede nella filosofia è un male; chi invece crede nella filosofia pensa che la morte sia un bene, l’occasione, finalmente, di andare a vivere con gli dei e di poter pensare libero dagli inganni del corpo.
È per questo, probabilmente, che Platone fa morire Socrate con la cicuta (e non fustigato) perché la cicuta è il simbolo della filosofia. È Socrate che sceglie di prendere la cicuta ed è sempre Socrate che sceglie di filosofare. Alla fine del Fedone, Platone fa dire a Socrate una cosa del tipo: “Domani ricordati di sacrificare un gallo ad Asclepio”. Queste ultime battute sono rivolte a un suo discepolo. Poiché Asclepio era un dio medico, era come se Socrate avesse detto “sacrifica un gallo, ringrazia il dio per la mia guarigione”. Socrate era guarito dalla vita corporea grazie alla filosofia e al farmaco (pharmakon in greco significa sia veleno che medicina) della cicuta.

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Cartesio e il dubbio metodico

Quest’anno studierete molti e importanti filosofi: partiremo da Agostino (che ha scritto Le Confessioni, un magnifico libro autobiografico pieno di riflessioni filosofiche) e San Tommaso. Poi, nel Rinascimento, avremo Machiavelli (che ci ha spiegato come dovrebbe comportarsi un uomo politico), Giordano Bruno, e dunque, nel Seicento, Pascal, Spinoza, sino alle riflessioni politiche degli inglesi Thomas Hobbes e John Locke. Poi, nell’Illuminismo, avremo Kant e, infine, nell’Ottocento, l’idealismo tedesco, quindi Fichte, Schelling ed Hegel.
Oggi vorrei però parlarvi di quello che forse è il filosofo più importante, decisivo, in un certo senso, per il nostro modo odierno di pensare a noi stessi e al mondo che ci circonda; almeno per quanto riguarda il lungo periodo della storia della filosofia che abbracceremo quest’anno. Qualcuno di voi ha visto il film Matrix? Ce lo racconti, per favore? Perfetto, Matrix è la storia di un uomo, un programmatore di nome Thomas A. Anderson, che di notte opera come hacker sotto lo pseudonimo di Neo. Una notte questo Neo viene contattato da un altro hacker, Trinity, che gli accenna qualcosa riguardo a una certa “Matrix”. Neo, su proposta di Trinity, decide di incontrare Morpheus. Questo Morpheus – un omaccione calvo dalla voce cavernosa – mette Neo davanti a una scelta: ingoiare una pillola blu, dimenticare il loro colloquio e tornare alla sua vita di tutti i giorni o ingoiare la pillola rossa e scoprire il mondo come è in realtà. Secondo voi, cosa sceglierà Neo? Certo, la pillola rossa, altrimenti il film sarebbe terminato lì. Alla fine, dunque, Neo prenderà la pillola rossa e si risveglierà nudo in una specie di gigantesca capsula piena d’acqua – come in un ventre materno, diciamo, solo che al posto del cordone ombelicale ha una spina attaccata al collo, che lo collega ad una macchina che gli succhia l’energia vitale e lo usa come una batteria umana. In realtà, il mondo in cui Neo credeva di vivere era un’illusione, un sogno a occhi aperti proiettato dalle macchine per permettergli di stare buono buono nella capsula e alimentarle per tutto il corso della sua vita. Il mondo che scopre Neo una volta che lo tirano fuori da questa capsula è un mondo senza luce solare, in cui regnano le macchine (un tempo create dagli uomini ma adesso padrone della Terra). Insomma, Matrix è un film di fantascienza che si basa su una possibilità, la possibilità che tutto ciò che vediamo, pensiamo, crediamo reale sia in realtà un sogno ad occhi aperti, un’illusione, una creazione (indotta da qualcuno o da noi stessi) della nostra fantasia. Ci avete mai pensato a questa possibilità? In fondo, quando andiamo a letto ci addormentiamo e sogniamo, vediamo e sentiamo le cose più svariate come se fossero vere e non sappiamo che stiamo sognando. Chi ci dice che non stiamo sognando anche adesso? Che, in realtà, i sogni che facciamo quando siamo a letto non continuino anche quando ci alziamo dal letto e che, quando crediamo di svegliarci, alzarci, fare colazione, lavarci, non stiamo vivendo in un sogno più grande? In fondo, pensateci, ipotizziamolo almeno. Ognuno di voi crede in qualcosa. Prima di tutto è convinto del proprio nome e quando pensa a se stesso si pensa sempre con quel nome. Poi è convinto della sua età, crede che deve andare a scuola (perché a sedici, diciassette, diciotto anni si deve andare a scuola), crede, che so io, di avere un amico o un’amica che si chiama in quel tal modo, che ha gli occhi azzurri, o verdi, o neri, i capelli di un certo colore, ecc. Siamo convinti che la voce che ci sveglia la mattina sia proprio quella di nostra madre, o nostro padre, che quello che è seduto al tavolo sia proprio nostro fratello. Siamo convinti di abitare a Bergamo (eppure non sappiamo perché si chiama Bergamo), di abitare su un pianeta che si chiama Terra, che è rotondo e che gira, anche se non ci sembra di muoverci e non abbiamo mai visto nessun pianeta se non in foto; eccetera. Insomma, potete immaginare per un attimo che tutto quello che credete esistente in maniera evidente, in verità, non sia reale, e che lo stesso corpo, in cui credete di abitare, sia un’invenzione – le stesse mani che adesso stringete a pugno – un’invenzione del vostro cervello o di chi per lui?

Bene, perché la filosofia di Cartesio – almeno quella di un suo libro che si chiama “Meditazioni” – parte tutta da questa ipotesi: io non posso essere certo che tutto questo sia reale, di esistere davvero. Chi me lo assicura? Io stesso? E se stessi sognando? I miei amici? E se fossero loro stessi una mia creazione?
A quanto mi ricordo dagli anni dell’università, Cartesio avrebbe scritto le sue Meditazioni in Olanda, quando era a servizio della famiglia reale come precettore – questo però non me lo ricordo bene, prendete quello che sto dicendo con le pinze. Quell’intuizione da cui partono le Meditazioni– quella di star vivendo in un sogno – sembra gli sia venuta proprio lì, in Olanda, dove tutti parlavano una lingua diversa dalla sua (il francese o, quando scrive, il latino). Fino a che viveva in Francia la vita gli era sempre sembrata immensamente reale, non aveva mai sentito il bisogno di metterla in dubbio: e per quale motivo? Tutti concordavano con lui su cosa fosse, che ne so, un livre o un croissant; ma in Olanda, dove tutto aveva un altro nome? Gli sembrava di essere sprofondato in un sogno.

Cartesio pubblica le sue Meditazioni Metafisiche nel 1641. Le Meditazioni recavano sulla copertina un sottotitolo: “Nelle quali sono dimostrate l’esistenza di Dio e la distinzione reale tra l’anima e il corpo dell’uomo”. Dunque, Cartesio dubita di tutto ma a quanto pare lo fa per dimostrare infine l’esistenza di Dio. Le “meditazioni”, come Cartesio le chiama, sono sei. Cartesio le scrive come se avesse meditato per sei giorni di seguito (una meditazione al giorno), dunque parla della meditazione precedente dicendo: “Ieri ho pensato, ho ipotizzato, ecc.”. Le sei meditazioni si intitolano:

1) Delle cose di cui si può dubitare
2) Della natura dello spirito umano: esso si conosce meglio del corpo
3) Di Dio e della sua esistenza
4) Sul vero e sul falso
5) Sull’essenza delle cose materiali e, nuovamente, di Dio e della sua esistenza
6) Dell’esistenza delle cose materiali, e della reale distinzione dello spirito dal corpo

La prima meditazione è forse la più famosa e parte dalla necessità del cosiddetto dubbio metodico. Dice Cartesio: “Effettivamente, non è naturale per me dubitare delle cose che considero evidenti, per esempio, del fatto che ci sia un banco di fronte a me e però – dice una cosa particolare qui – ALMENO UNA VOLTA NELLA VITA DEVO DUBITARE DI TUTTE LE COSE. Dunque, nelle meditazioni Cartesio inizia a dubitare di tutto, e inizia a dubitare prima di tutto della PERCEZIONE DEI SENSI. Dice: “Spesso capita che i miei sensi – sapete quali sono i sensi? – mi ingannino, ad esempio, quando vedo una cosa lontana e mi sembra piccola ma in realtà è grande, oppure – questo però non è un suo esempio – quando guardo all’orizzonte e la Terra mi sembra piatta. Bene, devo sforzarmi – in questo senso si parla di “dubbio metodico” – di credere che i sensi mi ingannino sempre, anche quando, ad esempio, vedo questa cattedra davanti a me e credo che sia reale”. “Del resto – si chiede Cartesio – come posso distinguere la veglia – quando sono sveglio – da quando sto dormendo? Quando dormo vedo qualcosa – anche, ad esempio, un uomo con due teste – e penso che sia reale, perché non posso illudermi anche adesso? Anche le proposizioni e le leggi della matematica – che Cartesio considera le verità più affidabili – possono in realtà essere un’illusione. “Certo, le regole della matematica sono le cose più certe fra quelle che conosco, eppure posso supporre che esista un dio ingannatore che mi inganni sempre anche quando sto facendo matematica”. “Bene – continua Cartesio – però l’idea di un dio maligno non mi quadra, mi sembra un ossimoro, una contraddizione in termini: Dio, che per definizione è perfetto, perché dovrebbe ingannarmi? È meglio immaginare un genio maligno che gioca a ingannarmi sempre, ogni qualvolta io sento o penso qualcosa”. Questo è il dubbio metodico della prima meditazione.

Seconda meditazione
Lo spirito si conosce meglio del corpo

Dubito di tutto, abbiamo detto, di ciò che sento e di ciò che penso. Ma c’è, in fondo, qualcosa di cui, ora che sto dubitando, non posso assolutamente dubitare? Chi è che mi vuole rispondere? Vediamo. “Forse – si chiede Cartesio – non posso dubitare del fatto stesso che sto dubitando…”. È come se cercasse di chiarirsi: “Dubito, dubito… e però, proprio perché dubito, penso. Almeno di questo posso esserne certo. E, se penso, se sto pensando proprio in questo momento, vuol dire che sono. Non foss’altro che come una cosa pensante!”. È la famosa frase “cogito ergo sum” che viene ripetuta sempre ma che però non compare mai nelle Meditazioni.

“Bene, dunque se intuisco di essere qualcosa proprio nel momento in cui dubito e penso, allora, cosa sarà questa cosa che sono? Di certo non un corpo, almeno non mi sembra: so che penso, ma al di fuori di questa voce non sono sicuro di nulla. Io sono, per quanto ne so, un pensiero, una cosa che pensa, una res cogitans – come si dice in latino”. “Dunque – dice Cartesio – a una conclusione sono arrivato: posso dubitare di tutto ma non del fatto di star dubitando. E, dunque, di star pensando. E se sono sicuro di pensare, beh… allora…”. Ditemelo voi. “Beh, allora io non sono nient’altro che questa stessa voce, questa eco che dentro di me si domanda: Che cosa sono io? Nel buio”.

E se volessimo essere certi di qualche altra cosa? Cartesio elegge due criteri, CHIAREZZA e DISTINZIONE. “Tutto ciò che percepirò come chiaro e distinto, sarà anche reale”, dirà dopo. E di qui Cartesio cercherà di ricostruire, di fondare daccapo il mondo che a noi tutti sembra evidente per il solo fatto di vederlo, di toccarlo, di pensarlo. “Prima credevo più reale ciò che vedevo e sentivo, ora, invece, mi è chiaro che sono più sicuro dei miei pensieri e di ciò che è spirituale…”.

Bene, ecco, queste sono solo alcune delle cose che ha detto Cartesio; cose per cui lo ricordiamo e che io ho il compito di spiegarvi. A qualcuno andrebbe, per caso, di venire alla lavagna a ricostruire tutto il ragionamento che abbiamo appena fatto?

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Socrate e la conoscenza di sé

Durante quest’anno studierete la civiltà greca e questo perché molto di quello che siamo (noi italiani e, più in generale, noi occidentali) trova la sua origine proprio in Grecia, alcune migliaia di anni fa, per cui possiamo dire che la Grecia è stata la culla della civiltà occidentale. Il modo con cui pensiamo a temi come l’amicizia, l’amore o la fama, l’importanza che diamo alla cultura, alla verità o alla giustizia nasce lì, in Grecia, prima con i poemi omerici e i primi poeti e poi con i primi pensatori, i filosofi della scuola di Mileto ed altri, ma soprattutto Socrate, Platone e Aristotele. Prima della Grecia del V sec. a.C., per dirne una, uccidere non veniva per forza considerato sbagliato o fonte di riprovazione morale. Delle volte, ad esempio, si ricorreva al sacrificio umano per placare l’ire degli dèi; altre volte si “esponevano” i figli (per diverse ragioni), li si abbandonava ancora neonati su un monte lasciandoli morire di inedia, e cioè di sete e di fame. Molto più spesso, poi, si uccideva in guerra, e, inevitabilmente, capitava che tanti più nemici uccidevi più diventavi ricco e famoso. Non era infrequente uccidere uno schiavo e la stessa schiavitù era ammessa e bisognerà attendere centinaia d’anni prima che si diffonda l’idea che tutti gli uomini, in quanto uomini, sono uguali (Cristo) e prima che il rapporto di subordinazione fra gli schiavi e i loro padroni venga fatto oggetto di riprovazione (Seneca, I sec. d.C.). Avrete sicuramente sentito espressioni come “è la bellezza interiore che conta”, oppure, “è tutta apparenza”. Bene, fino a un certo punto, nella Grecia antica apparenza e sostanza erano la medesima cosa e anzi la prima veniva considerata una testimonianza inconfutabile della seconda, per cui “kalòs kai agathòs”, “bello è anche buono”. L’avversione per valori come la bellezza esteriore, la ricchezza, la forza e l’esercizio della violenza fisica – sto parlando dell’avversione “morale”, del dubbio morale per ciò che è giusto o sbagliato – non c’è sempre stata ma, anzi, è nata in un momento ben preciso (almeno nella nostra storia, nella storia della civiltà occidentale) e in un luogo preciso, e cioè in Grecia, e più precisamente ad Atene, all’ombra dei templi, nelle piazze e nei ginnasi, più o meno nel V sec. a. C (e cioè 2500 anni fa). L’Atene di quel tempo era una città-stato democratica, sì, come la nostra Italia, anche se la loro democrazia era molto diversa dalla nostra. “Democrazia” significa, secondo la sua etimologia, “governo del popolo” ed è una forma di governo contrapposta, per fare un esempio, alla monarchia, in cui invece a governare è uno solo, e cioè il re. In Italia, oggi, “democrazia” significa principalmente che ogni tot. anni i cittadini maggiori di diciotto anni possono votare: dunque, ad esempio, ogni cinque anni ci rechiamo alle urne per votare e scegliere i nostri rappresentanti. Nell’Atene del V sec. a. C. la democrazia era una cosa diversa, il popolo veniva chiamato in piazza – ogni quartiere della città aveva un suo spazio nella piazza – e approvava o respingeva una legge proposta da un’assemblea di governanti. Quest’assemblea, la boulé, era a sua volta composta da membri sorteggiati dai demi di cui era composta la città. Dunque, tutti, a turno, governavano, e chi in quel momento non era al potere poteva comunque recarsi in piazza per votare le leggi proposte dai governanti. Questa era ai suo albori la democrazia (la democrazia diretta, così com’è stata chiamata). Ora, a partecipare alla vita politica in effetti non erano proprio tutti: sapete chi era escluso, si dice così, dai “diritti politici”? A votare erano in realtà solo i cittadini maschi, adulti e liberi; chi non era maschio, adulto e libero non votava. Dunque, ditemi voi, chi è che non votava? Le donne, i minori e gli schiavi. Per quanto può sembrare strano, fino al 1946 anche in Italia le donne non potevano votare e, come sapete, ancora oggi i minori di diciotto anni non possono votare. Una buona parte dei maschi, adulti, liberi che andavano in piazza a votare non lavorava, e sapete perché? Perché aveva di proprietà pochi o molti terreni dove a lavorare erano in realtà gli schiavi. Insomma, queste persone (questi cittadini) che potevano non lavorare, o che lavoravano poco, avevano molto tempo a disposizione, e una piccola fetta di queste persone passava quel tempo libero non solo ad allenarsi in palestra e a bere nelle locande ma anche e soprattutto a parlare. Ecco, tutto fa pensare che la nostra civiltà, nutrita (almeno teoricamente) di eguaglianza e di cultura – in cui tutti possono votare e in cui tutti possono andare a scuola gratuitamente – nasce chiacchierando, da un piccolo gruppetto di filosofi il cui maestro era Socrate, lì, nella Grecia antica circa 2500 anni fa.

Socrate e il gruppo dei suoi discepoli (o studenti) amavano passare le loro mattine nei ginnasi, nei templi, ma soprattutto passeggiando per le vie della città. E mentre passeggiavano, chiacchieravano, e sapete di cosa chiacchieravano? Voi quando vi vedete con i vostri amici di cosa chiacchierate? Ecco, loro non chiacchieravano proprio di questo, ma chiacchieravano di cose più teoriche, se vogliamo, di alcune questioni fondamentali, come: che cos’è l’amore? Che cos’è l’amicizia? Cosa è giusto e cos’è la giustizia? Cos’è reale e cosa non lo è? Ecco, in verità non erano proprio un gruppo di amici. Socrate era un uomo adulto (con una moglie e già tre figli) mentre i suoi discepoli (fra cui Platone) erano solo dei giovani uomini, alcuni dei ragazzi, degli adolescenti (proprio come voi). Socrate poi (che non aveva la mia età ma che era ben più grande quando insegnava a questi giovani) era famoso per essere molto brutto: era basso e aveva la pancia, era tarchiato, non aveva collo, aveva una folta barba bianca e il naso schiacciato, somigliava, si diceva, a un satiro (una divinità metà uomo metà animale devota al dio Dioniso e che viveva nelle foreste). Questo Socrate raccontava ai ragazzi che amavano ascoltarlo cose molo strambe per quei tempi. Ad esempio, diceva che la ricchezza non era importante, che neanche la fama (acquisita in battaglia) era importante, e che la bellezza esteriore era un bene trascurabile; ciò che era veramente importante, invece, era essere buoni e essere giusti, e per essere buoni e giusti bisognava conoscere la verità. In una civiltà (come tutte le civiltà antiche) di guerrieri e di commercianti, arriva a un certo punto quest’uomo che dice di essere mandato dal dio Apollo e che l’unica cosa importante da fare nella vita – quella fondamentale, la più urgente – è mettersi alla ricerca della verità.

Per Socrate, dunque, la vita serviva alla conoscenza, conoscere era l’obiettivo. E però piuttosto che indagare i fenomeni della natura (come altri avevano fatto prima di lui), ad esempio, i moti delle stelle, le maree, gli animali, la fisiologia umana, insomma, i fenomeni fisici, Socrate indaga se stesso e pensa che la conoscenza di se stessi sia la via per giungere alla verità. Fa risalire questo principio della conoscenza di sé a una massima iscritta nel tempio di Apollo a Delfi, una massima di uno dei sette sapienti. Questa iscrizione recitava: γνῶθι σεαυτόν (gnōthi seautón) e cioè “conosci te stesso”. “Conosci te stesso” era per Socrate un imperativo, un compito, una strada da seguire nella vita, quella rivolta alla verità. E sapete a quale verità giunse alla fine Socrate? Giunse a una semplice conclusione: io sono colui che non sa, sono, rispetto agli dèi, un ignorante, perché parlo quotidianamente d’amore, d’amicizia, di ciò che è giusto, di ciò che è buono, senza in effetti sapere cos’è l’amore, cos’è l’amicizia, cos’è la giustizia o il bene. La conclusione cui giunge Socrate è, in poche parole, “io so di non sapere”. Ed è questa la conclusione a cui cercava di portare sempre il suo interlocutore, “io so di non sapere”; è solo a partire da questa consapevolezza, infatti, che si può cominciare il cammino verso la verità e verso la filosofia.

Sapete perché sappiamo tutte queste cose? Perché ce le ha raccontate uno di quei ragazzi che giravano intorno a Socrate, un suo discepolo o alunno, Platone. Socrate non scrisse nulla, Platone invece ci racconta tutto, e ci racconta, in particolare, di un processo contro Socrate che si tenne nel 399 a.C. Durante quel processo, Socrate, accusato di corrompere i giovani e di empietà, si alza in piedi e davanti ai giudici dice le sue verità. Dice: “Io sono un discepolo di Apollo e ho il compito di convertire questa città, di spiegare a ognuno che non la fama, non la ricchezza, sono importanti, ma la giustizia, il bene e, soprattutto, la verità”. Al termine di quel processo, Socrate fu imprigionato e dopo trenta giorni fu costretto a bere la cicuta e a morire, in carcere, davanti agli occhi dei suoi alunni perché giudicato colpevole.

Ora, ragazzi, forse qualcuno di voi avrà già capito dove volevo andare a parare… Vorrei sapere cosa conoscete di voi stessi, raccontatemi chi siete… Prima, però, ditemi i vostri nomi.

[13 settembre 2021 – prima lezione di filosofia a una prima liceale]

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Le settimane, i mesi, gli anni

Il fatto di vivere da solo, specialmente in questo periodo, devo dire che mi ha causato non pochi problemi. A un signore di mezza età come me, più verso i sessanta che verso i cinquanta, quando gli hai tolto il lavoro gli hai tolto tutto. Anche perché non ho figli. Questa cosa dei figli… mia madre insisteva tanto perché facessi dei figli. E ci andai pure vicino, una volta, con la mia prima ed unica moglie.
Dopo cena, quando io e Gina restavamo un po’ in cucina a chiacchierare, arrivava sempre un momento in cui lei, sbattendo le palpebre, mi chiedeva:
«E tu, preferiresti un maschietto o una femminuccia?»
Io le rispondevo sempre che per me era lo stesso, che non faceva tanta differenza. Anche se in realtà avrei voluto una femmina. Allora lei cominciava:
«Io vorrei tanto un maschiètto». Maschiètto diceva, con la ‘e’ aperta.
Io allora le sorridevo e mi mettevo comodo a guardarla mentre lei, tutta occhi e labbra, parlava dei mille vantaggi di avere un maschietto. Del fatto che lei aveva vissuto con tre fratelli maschi, che sembrano i maschi i più difficili da educare ma che in realtà sono le donne le più complicate. E cose così. Oh Gina, mi manca proprio quel tuo farneticare! Almeno, ci passavamo la serata.
Ora invece a cena mangio solo, a capotavola. Mangio tutto in un piatto piano con davanti un bicchiere di rosso. Non guardo mai la televisione, ascolto la radio. O, più spesso, mangio in silenzio.
Sì, delle volte manca proprio qualcosa. Comunque, quella cosa dei figli non andò in porto: Gina, dopo neanche due mesi dalle nozze, fuggì con un suo collega che avevano promosso e trasferito al Nord. Da allora non ho mai avuto altre relazioni stabili, o che volevano esserlo, e l’argomento figli nella mia vita non si riaprì più.
Di solito, la sera, dopo aver cenato e finito il mio secondo bicchiere – non ne bevo mai più di due –, mi alzo da tavola ed esco sul terrazzino a prendere un po’ d’aria. Questa cosa della quarantena e del virus è una vera iattura, non c’è che dire, però quanto è bello fermarsi la sera a guardare la strada deserta, respirare l’aria fredda nel silenzio e sentire la selvaggia bellezza del cielo notturno sopra di sé. È stata una di queste sere che me ne sono accorto. Bastava che percorressi tutto il terrazzino e mi fermassi nell’angolo: guardando verso sinistra, all’altezza della terza finestra illuminata, c’è una ragazza. Avrà appena sedici anni. Alle volte è all’impiedi, ferma, come riflettendo su qualcosa o, magari, squadra davanti a sé uno specchio che non riesco a vedere. I lunghi capelli mossi e neri che le scendono sulla schiena. Altre volte è alla scrivania, proprio di fronte alla finestra. Forse scrive, forse legge. Da qualche giorno mette sempre gli occhiali. Insomma, è stata una di queste sere che l’ho vista e ho infranto la regola dei due bicchieri. Me ne sono riempito un ultimo, una volta finito di cenare, e me lo sono andato a bere lì, nell’angolo, guardando a sinistra verso la terza finestra illuminata. Il silenzio, l’aria fredda, il fiato che si condensava in vapore sul bicchiere, ormai a meno di metà: difficilmente ho passato notti più belle. Mi sono quasi imparato a memoria i suoi movimenti. Di solito, la trovavo alla scrivania: doveva proprio studiare, anche a quell’ora, poiché non vedevo computer o altre cose del genere. E perché sarebbe dovuta stare lì, seduta alla scrivania, se non studiava?! Be’, insomma, la osservavo studiare per un bel po’. Abbassava la testa sul libro e allora le si vedevano solo la montatura degli occhiali, la fronte e i capelli. Poi si risollevava, come se avesse finito di scrivere o di sottolineare, ed io la potevo ammirare nel suo viso giovane e perfetto alla luce della lampada da scrivania; per pochi secondi, fino a che poi non tornava a sottolineare. Altre volte, invece, lasciava completamente perdere il libro e guardava davanti a sé i vetri, verso fuori, verso la notte sconfinata, come attirata da uno pensiero insolito, come con lo sguardo impigliato in una rete di stelle. Meno spesso, invece, s’alzava. È magra, dicevo, e – quasi sempre – con i capelli mossi che le scendono giù lungo la schiena. È stata proprio una di queste sere che mi ha visto, o almeno così mi è parso. Ero seduto nel solito angolino, con pantaloncini corti da ginnastica – porto sempre i pantaloncini a casa – e infradito. Ero con una gamba accavallata sull’altra muovendo un piede avanti e indietro negli infradito, con il bicchiere di rosso mezzo vuoto in una mano e nell’altra la sigaretta accesa. È stato quando si è alzata che probabilmente mi ha visto; più che me deve aver visto il bagliore della sigaretta accesa e, probabilmente, l’ombra di un volto girato inequivocabilmente verso la sua finestra. Quando mi ha guardato di nuovo io non ho distolto lo sguardo, ho continuato a guardarla come facevo prima, tirando ogni tanto dalla sigaretta. Così, a un palmo dal vetro, con la luce della scrivania che la illuminava dal basso, era buffa, sembrava volesse mettermi paura. Allora ho pensato: bambina mia, se veramente avessi fatto un figlio con Gina, mia figlia adesso avrebbe pressappoco la tua età e forse le settimane, i mesi e gli anni non sarebbero passati così velocemente. Poi, la ragazza si è rimessa a sedere alla scrivania come se nulla fosse ma già dalla sera successiva ho notato che aveva cambiato posizione, aveva spostato la scrivania e adesso potevo vedere soltanto i suoi capelli e una parte del profilo. E allora anche io, da quel giorno, ho smesso di sedermi nell’angolino a guardarla. Anche stasera, non sono uscito. Finito il mio secondo bicchiere e rimesso il tappo alla bottiglia mi sono solo avvicinato alla finestra per guardare fuori.
Poi, mi è venuto di sbirciare nella direzione della sua finestra… e le luci erano spente.
Oh Gina, quanto mi manca quel tuo farneticare!

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La fortezza

Quando la fortezza fu attaccata dalle truppe barbare nessuno si scompose. Fu ordinato agli arcieri di non scoccare le frecce dalle alte torri e non si udì il comando di aprire l’immenso portone per decimare, uomo dopo uomo, i nemici, che nel frattempo già iniziavano a scalare la muraglia. Al contrario, il re si sedette sul letto, s’accomiatò dalla moglie e quando i servi si precipitarono per avvertirlo che la fortezza era stata espugnata lo trovarono già sprofondato in un sonno senza risveglio. Allora la regina, senza più marito, si spogliò, si vestì con gli stracci dell’ultima donna di corte e corse verso il re nemico per gettargli le braccia al collo. Per di più, i guardiani, colti improvvisamente da un’insolita euforia, si lanciarono a bere vino e così morirono, ridendo e facendo festa fra le fiamme appiccate dai loro acerrimi nemici. Anche gli animali del regno morirono quasi immediatamente, qualcuno perché colpito da una malattia improvvisa, gli altri per aver mangiato troppo – tutto quel poco che avevano trovato – il giorno prima. Venne da pensare che si fecero deliberatamente carne morbida e grassa per poi consegnarsi come alimento ai nemici affamati. A quel punto, già poco o nulla restava della fortezza tanto che il re nemico, una volta arrivato in cima all’unica torre che ancora rimaneva in piedi, si fermò ad ammirare soddisfatto il paesaggio. Lì su gli venne da chiedersi se in fondo non fosse stato tutto troppo semplice: dove si aspettava il conflitto, aveva trovato l’accordo, dove temeva la guerra aveva trovato, se non la pace, la resa. E con quei pensieri e un sorriso inebetito in mezzo al volto cominciò ad osservare la landa desolata di fronte a sé. Infatti, per chilometri si stendeva il paesaggio deserto e, in tutte le direzioni, dovunque potesse accorrere il suo sguardo, non c’era niente più che quello; solo qui e lì crescevano alcune macchie d’erba rada incapaci anche solo di alimentare una capra o una vacca. Nessun’oasi faceva capolino all’orizzonte dove poteva pensare di abbeverare i cavalli o le truppe, che in effetti avevano dovuto camminare per settimane, provviste al seguito, prima di arrivare a quella fortezza isolata. Guardando di nuovo quel paesaggio arido, d’improvviso gli occhi del re si riempirono di paura, e poi di terrore, fino a che – e fu quella l’ultima cosa che vide – dalle pupille vuote non zampillò un dubbio.

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Ma che cos’è la filosofia?

Una mattina non troppo lontana da questa in cui scrivo, a Bergamo iniziò a fare caldo. Come si sa, in primavera si alternano giornate fredde a giornate più tiepide, ma quel giorno sembrava proprio estate. Mi parve, d’un colpo solo, di essermi scrollato di dosso tutto il freddo accumulato nei mesi invernali.

Quella mattina a scuola, in un momento di pausa dalle lezioni, un mio alunno riccio e biondo – un luminoso Achille fra tanti Patroclo – si avvicinò al banco dove ero seduto per chiedermi cosa avessi studiato all’università. Naturalmente, si avvicinò sapendo già la risposta. «Filosofia», gli dissi subito. Lui allora mi rivelò che, anche se loro al Tecnico non la facevano, voleva incominciare a studiare la filosofia da autodidatta. Forse, era proprio alla Facoltà di Filosofia che si sarebbe iscritto una volta finita la scuola.

Già tornando verso casa iniziai a pensare a qualcosa da scrivergli e buttai giù qualche rigo mentre ero ancora sull’autobus. Gli avrei scritto una lettera in cui provavo a spiegargli cos’era la filosofia. Questa è la mail che quella sera il mio alunno trovò nella sua casella di posta elettronica.

Caro M.,
volevo darti qualche consiglio per farti avvicinare alla filosofia. Anche perché, per quanto
sembri distante, la scelta universitaria non è poi così lontana. Inutile a dirsi, Ingegneria ti aprirebbe molti più sbocchi, però ricorda: se uno è molto bravo, anche materie come la filosofia e la letteratura possono portare a buoni lavori e buoni guadagni. Più o meno, già sai cosa ti aspetterebbe se ti iscrivessi a Ingegneria mentre, probabilmente, ancora non sai cosa dovresti aspettarti a Filosofia.

Allora, la filosofia… La filosofia è una strana disciplina. Chi non ci è portato non riesce a comprenderne bene il fascino, chi invece la capisce (almeno un po’) pensa che non ci sia cosa più bella e che tutte le altre discipline siano ad essa subordinata dato che non si occupano delle grandi e fondamentali questioni circa l’uomo e l’Essere. Proprio i Dialoghi di Platone raccontano di un gruppo di pensatori (il cui maestro era Socrate) che non facevano altro che riflettere sull’essenza del Bene, dell’Amore o della Giustizia, nella convinzione che non ci fosse modo più giusto in cui passare il tempo. I Dialoghi di Platone sono la prima lettura che ti consiglio di fare.

Ma cos’è la filosofia? Al di là delle definizioni che troverai nei manuali, la filosofia si è occupata, nel corso della sua storia millenaria, di cose differenti e dunque il termine filosofia non può essere definito in maniera univoca. Il ragionamento filosofico, però, a prescindere da ciò a cui si applica (da quello che di volta in volta diventa il suo campo specifico), è quel particolare modo di ragionare che pretende di mettere in discussione ciò che la maggior parte delle persone considera invece come evidente di per sé. Un esempio su tutti: la maggior parte delle persone vive senza farsi mai la domanda (o, almeno, senza porsela fino in fondo) «Perché esistiamo?». Ecco, il filosofo è invece colui che per vivere bene crede sia indispensabile porsi seriamente la domanda sull’esistenza.

Ti faccio un altro esempio, io ti scrivo da un autobus. La maggior parte delle persone si sposta con l’autobus per comodità e non si chiede nulla riguardo a come l’autobus funzioni: lo usa e, al massimo, pretende che arrivi in orario e che non costi troppo. C’è poi l’autista dell’autobus che invece deve conoscerne (almeno per grandi linee) il meccanismo di funzionamento. Poi c’è il meccanico che deve sapere bene come funziona e infine c’è chi lo costruisce, che deve sapere anche come sono fatti i pezzi di cui è composto, come si assemblano, ecc. Poi c’è il sindaco Gori (o chi per lui) che invece deve conoscere bene quali sono le tratte dell’autobus, le linee, i costi e sa che deve fare in modo che i servizi funzionino perché il cittadino ha il diritto di spostarsi velocemente sul territorio. Per lui, sindaco di sinistra, il principio per cui tutti devono poter andare al lavoro con un mezzo che non costi troppo non è un principio che possa essere messo in discussione. Abbiamo elencato dunque tante “posizioni” rispetto all’autobus, proprio quell’autobus che da scuola mi sta portando fino a casa: ma qual è allora la posizione del filosofo?

Filosofo è colui che si interroga, per così dire, sui principi alla base di tutta questa catena, ponendosi, nel caso del nostro autobus, alcune domande fondamentali come: «È giusto che una parte dei soldi dei cittadini più ricchi venga redistribuita in modo da permettere a chi non ha la macchina di spostarsi con i mezzi pubblici?»; «Cosa vuol dire “pubblico”?»; «Come funziona lo Stato e perché la sovranità (come recita la Costituzione) appartiene al popolo?». Queste domande sono quelle di pertinenza di una branca della filosofia che si chiama filosofia politica.

Se invece ci si vuole spingere ancora oltre e domandarsi, ad esempio, «Cos’è la Giustizia?»; «Cos’è il Bene?»; oppure «Cosa devo fare per essere un uomo giusto?», allora siamo di fronte ad un tipo di filosofia che si chiama filosofia morale. Infine, colui che sentendo sotto di sé il sedile dell’autobus, vedendo davanti a sé l’abitacolo, accanto a sé le strade e sopra di sé il cielo, si chiede se tutte queste cose appartengano ad un’unica cosa più grande che si chiama Essere, quella persona possiamo dire che sta ragionando in termini metafisici (cioè che studia quella branca della filosofia che si chiama Metafisica o Ontologia).

Come vedi, filosofo è colui che, grazie ad una grande capacità di astrazione, riesce ad abbracciare porzioni di realtà molto vaste, in modo poi da suddividere la realtà in categorie e da ordinare queste categorie gerarchicamente. Platone (sempre Platone!) pensava che proprio grazie a questa capacità di pensiero (che, secondo lui, era anche una dote morale: la capacità di vedere ciò che è bene e ciò che è giusto) il filosofo era colui che doveva governare la città.

Ti ho fatto questa lunga introduzione per darti un assaggio di quello che ti potrebbe aspettare qualora decidessi di iscriverti a Filosofia, e questo perché mi dispiace che non studiandola a scuola tu non la conosca ancora. Questa introduzione serve anche a farti capire che la filosofia non è nei libri – si potrebbe forse, con un paradosso, dire la stessa cosa della letteratura – ma intorno a noi: quando siamo nell’autobus, quando passeggiamo o quando operiamo delle scelte.

Ti lascio qui sotto i titoli di alcuni libri che hanno cambiato la storia della filosofia e resto a tua disposizione qualora volessi farmi qualche domanda.

Ecco i titoli:

• I Dialoghi di Platone (in particolare: L’Apologia di Socrate, Il Fedone, Il Simposio, Il Fedro, La Repubblica).
• Le Confessioni di Sant’Agostino

• Il principe di Machiavelli
• Le Meditazioni Metafisiche di Cartesio
• I Pensieri di Pascal
• La Critica della Ragion Pratica di Kant
• Il mondo come volontà e rappresentazione di Schopenhauer
• Il Capitale di Marx (poiché è lunghissimo ti consiglio di cercare un’antologia con dei passi scelti)
• La genealogia della morale di Nietzsche

• I romanzi filosofici di Jean Paul Sartre e di Albert Camus, rispettivamente, La Nausea (che è stupendo!) e Lo straniero
• Essere e Tempo di Martin Heidegger (che però è molto difficile e di cui ti consiglio di leggere dei passi commentati)
• L’uomo a una dimensione di Herbert Marcuse
• L’essenza del nichilismo di Emanuele Severino

Un caro saluto,
Luigi

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L’ultimo giorno di scuola (da casa)

Ogni cosa ha un suo ultimo giorno. Come ha un suo primo, del resto. Se porti l’apparecchio per i denti, ad esempio, c’è un fatidico ultimo giorno in cui lo toglierai. È quel giorno sempre evocato dal dentista nelle visite di controllo periodico e, però, da lui sempre procrastinato. Ma ad un certo punto arriva, e puoi finalmente guardarti sorridere allo specchio (quello sei tu!), pronto ad incominciare la tua nuova vita.
Anche l’estate ha un suo ultimo giorno, ma quello è un giorno triste, il giorno in cui devi salutare tutti gli amici, fare i bagagli e tornare a casa. Il giorno in cui rivedi balenare nel mare, nella spuma bianca portata a riva dalle onde, tutti i momenti più belli dell’estate appena trascorsa.
E poi c’è l’ultimo giorno di scuola, ovviamente. E questa volta non si tratta dell’ultimo giorno di quando ne avevi diciotto di anni, ma dell’ultimo giorno di adesso, dei trentadue, l’ultimo giorno del tuo primo anno di scuola al Nord come docente precario. Anche in questo caso i ricordi ritornano a ondate e luccicano, per così dire, fra le righe della pagina bianca. E allora ti viene da ripensare alla strada, alla lunga strada, che hai percorso per arrivare dove sei. Ma, a proposito, dove sei?

Vorresti fare qualche passo indietro, alzare finalmente gli occhi, un po’ commosso, verso il mastodontico edificio dove hai insegnato per un anno intero, chiedendoti se l’anno prossimo rivedrai quei ragazzi, se sarai assegnato allo stesso istituto e alle stesse classi. Vorresti salutare i colleghi, camminare tra le grida festose di quelli che sono stati i tuoi alunni, cercando di non beccare un gavettone in pieno volto. Aspettare, magari, che uno di quei ragazzi, uno dei più affezionati, ti urli da un motorino in corsa uno spontaneissimo «Ciao prof!». Ma invece nulla. Non vedi e non senti nulla. Letteralmente. Perché sei a casa, in Dad, e il Wi-Fi non sembra godere di ottima salute.

Oggi i ragazzi hanno tutti la telecamera spenta, tranne quei due o tre molto bravi che anche l’ultimo giorno ci tengono a fare bella figura. Due di questi sono davvero bravi. Il più timido dei due qualche giorno fa ha pubblicato il suo primo articolo su una rivista d’attualità mentre l’altro, un ragazzo riccio e biondo che si definisce «un pazzo sognatore», la settimana scorsa ha presentato alla classe uno splendido lavoro sull’Ottocento.
Alla lavagna e in bilico su due stampelle – la classica distorsione alla caviglia giocando a pallone, – il mio alunno ha incominciato a spiegare alla classe il suo lavoro di storia. Proiettando sulla Lim Viandante sul mare di nebbia, probabilmente il dipinto più famoso del pittore romantico Caspar David Friedrich, chiedeva ai suoi compagni: «E a voi, cosa fa pensare questo dipinto?». Con un colpo da grande intrattenitore o, se vogliamo, da insegnante precoce e ispirato, Nico ha iniziato a chiamare i suoi compagni per cognome, ad uno ad uno, in modo da tener desta la loro attenzione: «È facile per lo spettatore immedesimarsi nel Viandante», diceva, e poi all’improvviso: «Tu, Galli, cosa provi di fronte a questa immagine?». Alla fine, gli studenti si sono divisi: alcuni vedevano nel Viandante il simbolo dell’umanità che riesce a dominare la natura, altri, viceversa, scorgevano in tutta quella nebbia la malinconica condizione dell’uomo sulla Terra, in balia suo malgrado di un mondo immenso e ostile. Reggendosi con un ginocchio sulla stampella in modo da liberare il braccio e indicare le immagini alla lavagna e, soprattutto, non avendo mai studiato né arte né filosofia – ci troviamo in un istituto tecnico – Nico è riuscito a parlare per quaranta minuti di fila, davanti a una ventina di suoi coetanei rapiti. Un vero spettacolo.

E ci sarebbero tanti altri momenti da ricordare, ma adesso è l’ultimo giorno e ci manca poco che il mio collega non s’arrabbi davvero, perché a stento cinque dei nostri studenti avranno la telecamera accesa. «Ragazzi – ripetiamo a turno come una cantilena, – potete accendere le telecamere? Quante volte ve lo dobbiamo dire?!». Dopo un po’ d’insistenza, allora, una dopo l’altra le telecamere s’accendono. La prima a comparire nel mosaico è Marzia, una ragazza dai capelli biondi e gli occhi color nocciola, l’unica donna della classe. E quello alle sue spalle sembra proprio essere un prato. Il secondo ad apparire è Luca, magro come un’alice, un ciuffo alto sulla fronte, un paio d’occhiali da sole sulla testa. Anche dietro di Luca, mi accorgo, ci sono degli alberi e un prato. A mano a mano, poi, s’accendono anche le telecamere degli altri studenti e qualcuno, si nota, si trattiene a stento dal ridere. «Ragazzi! Ma dove siete?», chiede sorpreso e un po’ contrariato il mio collega. Dopo un attimo di silenzio, Marzia risponde: «Siamo al parco prof!». E allora subito, alle sue spalle, compare il volto lungo di Bernardo, e poi quello di Luca, sorridente, e ad uno ad uno, mentre i loro riquadri si svuotano, ecco i volti della maggior parte dei ragazzi della classe. «Siamo al parco prof! – ripete uno di loro – Oggi è l’ultimo giorno!».

Vedendoli così, tutti in piedi attorno ad un computer, sei o sette ragazzi lunghi e ossuti accanto alla piccola Marzia, mi sembra chiaro che è in questo modo che li ricorderò e non fra i banchi di scuola. Intendo così, in piedi, mentre scherzano poco interessati alla lezione, con alle spalle non un muro bianco ma un prato e in mezzo agli alberi. E li ricorderò per la loro capacità di non arrendersi di fronte alle circostanze, circonfusi come adesso della luce abbagliante della loro gioventù. D’un tratto capisco che la vera distanza tra me e loro non è quella di pochi chilometri che effettivamente ci separa, ma quella che il tempo ha scavato silenziosamente fra me e i tempi del mio liceo. E d’improvviso mi sembra una distanza lunare quella che separa questa stanza semibuia dalla luce gloriosa del parco dove i miei studenti, contravvenendo al regolamento d’istituto, si sono riuniti per frequentare assieme l’ultimo giorno di scuola. Ed è per loro, dunque, che scatto questa foto, una foto di classe in risarcimento di quella che quest’anno non si è potuta fare, una foto in onore della loro audacia e, forse, in ricordo della mia.

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Due vite, una storia

Il sole tramonta lentamente dietro le Alpi Orobie. Oltre le montagne, ci sono molte valli – la val Brembana, la val Seriana, la val Gandino, solo per citarne alcune. In queste valli ogni giorno il sole affonda e poi, di notte, scompare, come se non fosse mai sorto. In queste valli ci sono tanti edifici e tante stanze, stanze in cui a mano a mano che il sole tramonta una luce si accende.

Dietro alcune di quelle finestre illuminate ci sono anche i miei alunni: c’è chi ora guarda una serie steso sul letto, chi gioca a un videogioco, chi studia per l’esame di maturità. C’è una ragazza, forse, che si guarda allo specchio e si sente grassa, nonostante sia bellissima nello splendore della sua giovane età. E poi, c’è un ragazzo. Un ragazzo con un ciuffo nero alto sulla fronte e due occhi piccoli, che guardano il mondo da dietro una grande montatura metallica alla Magnum P.I. . Un ragazzo che ora è seduto al tavolo e scrive, scrive qualcosa che vorrebbe a tutti i costi avesse un senso.

Un giorno di qualche settimana fa, l’alunno che seguo come docente di sostegno era assente. In questi casi, l’insegnante è tenuto a restare “a disposizione” in aula docenti, in attesa di eventuali supplenze. Io sono rimasto nella piccola aula al piano interrato per diverse ore, a lavorare al pc e, ogni tanto, scambiando qualche chiacchiera con i colleghi. Ad un certo punto, però, dopo l’ennesimo suono di campanella, l’aula si svuota ed io rimango solo sull’intero piano. Passeggiando per il corridoio deserto, mi accorgo che, proprio davanti all’aula docenti, c’è un mostratore con delle riviste. Mi incuriosiscono, lì, in bella vista eppure dimenticate, ancora avvolte nel loro cellophane, piene di lettere e di frasi che sonnecchiano al buio delle pagine.

Fra le riviste, quella che subito attira la mia attenzione è Zai.net, un mensile scritto da “giovani reporter”. La rivista è allegra e, nonostante il tono scanzonato, fatta bene. Sulla copertina c’è sempre la foto di un ragazzo o di una ragazza e, all’interno, tanti servizi di attualità e sulla scuola. Allora mi viene un’idea, vado in vicepresidenza e chiedo se posso prendere in prestito alcuni numeri. Ma nessuno me lo sa dire. Poi risolvo chiedendo a Concetta, la bidella, che mi dice che (a patto di riportarle) posso prenderne quante ne voglio. Torno subito in classe (dove i ragazzi stanno cercando di ultimare un circuito, non mi chiedete altro) e distribuisco allegro le riviste sotto lo sguardo disorientato del docente di Tecnologia e Progettazione. Dico a due fra i ragazzi più bravi di leggerle e, magari, di pensare a un pezzo da proporre al giornale. Chiamatemi cinico o pessimista, ma ero sicuro che non mi avrebbero fatto sapere più nulla.

L’occasione per riparlarne invece arriva. Il più timido dei due – quello che quando mi parla lascia vagare lo sguardo per terra – un giorno mi scrive una mail dicendo di aver letto la rivista e chiedendomi come poteva fare a proporsi al giornale. Io gli rispondo, al mio solito, con una mail lunga e dettagliatissima in cui gli spiego come proporsi, cosa chiedere al direttore, ecc.

Alla fine, qualche giorno fa (uno degli ultimi giorni di scuola) lo stesso ragazzo mi chiede di parlare. Usciamo fuori dalla classe e nei corridoi mi spiega di aver contattato la rivista; mi dice che la redazione gli aveva risposto e che, in poche parole, gli avevano dato il benvenuto nella squadra. Ora, voleva da me un consiglio su cosa scrivere. Alzando gli occhi verso i miei, aggiungeva che mi ringraziava molto, che era un’esperienza che di sicuro gli sarebbe servita tanto.

Stasera, pensando al mio alunno, ho riaperto un numero di Zai.net preso a scuola quel giorno. Lo avevo a casa, semidimenticato sotto tanti altri fogli. Sulla copertina c’è una ragazza in una bella doppia foto sfocata con mascherina e senza e il titolo del numero è “Un anno dopo”. Sfoglio le pagine con calma, leggo qualche riga. E mi viene da sorridere immaginando il giorno in cui, in fondo a una di quelle pagine, ci sarà scritto a chiare lettere il nome e il cognome del mio alunno. Quel giorno, sentirò di aver fatto qualcosa di buono.

Il sole è ormai tramontato dietro le Alpi Orobie. Oltre le montagne ci sono le valli e, per ogni valle, tanti edifici, le cui luci adesso sono tutte accese. Ma stasera le montagne sembrano essersi abbassate, la notte sembra essersi schiarita: quel tanto che basta per riuscire a vedere, anche da qui, una finestra luccicare in lontananza. Dietro quella finestra c’è un ragazzo, un uomo, seduto al tavolo a scrivere. Scrive e riscrive il suo primo articolo. Scrive qualcosa che vorrebbe a tutti i costi avesse un senso.

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