Ancora sui primi filosofi

Spesso mi capita di sentire ragazzi che considerano i primi filosofi di cui siamo a conoscenza non dei veri filosofi, ma una sorta di scienziati dotti, per dire così, di una scienza molto primitiva. I vostri colleghi più volte mi hanno detto, e in tutte le salse, che dire che «l’acqua è principio di tutte le cose» non significa nulla, o quasi. Molto spesso, i primi filosofi si ricordano come “quelli dei quattro elementi”: quali sono i quattro elementi? Ecco: acqua, aria, terra e fuoco; anche se, a dire il vero, nessuno di questi primi filosofi ha mai detto che principio o sostrato di tutte le cose sia la terra (soluzione che, a pensarci bene, sarebbe stata anche la più semplice e la più ovvia). Insomma, la filosofia, nella sua prima veste è per lo più sottovalutata e imparata a memoria, associando niente di più che un nome a un elemento, che sarebbe anche stato il principio primo del mondo e dell’universo.

Io però vorrei farvi vedere tutto in maniera – almeno un pochino – differente. Prima di tutto, nessuno, prima di Talete, si era mai sognato di trovare un principio primo da cui tutto avesse origine, o, meglio, nessuno lo aveva mai cercato razionalmente. Si narravano miti sull’origine del mondo, ad esempio, nella Teogonia Esiodo ci dice che in principio era il Caos, e poi dal Caos erano nati Erebo (la tenebra), la Notte, Gea (la Terra) e Tartaro (l’abisso del mondo). Da questi primi antichissimi dei, sempre secondo la Teogonia, sarebbero nati il Mare, il Cielo stellato, i Monti e, via via, tutti i dei dell’Olimpo. Non vi era ancora però l’idea di una generazione naturale – fisica – del mondo fisico che ci circonda, né tali miti derivavano da un’indagine razionale (insomma, nessuno, neanche lo stesso Esiodo, avrebbe saputo spiegare perché in effetti all’origine del mondo ci fosse l’uno o l’altro dio, se non mettendosi a citare miti ancora più antichi).

Con queste premesse, capite bene come lo sforzo di uno scienziato e matematico, qual era Talete, di ricostruire razionalmente l’origine del mondo naturale resta degno di essere ricordato. Progressivamente, già dal VII secolo a.C. l’uomo iniziò a rendersi conto o, meglio, ad immaginare di poter raggruppare tutte le cose che lo circondavano in base ad un unico principio. Nella Mileto di 2600 anni fa, dove nacque e visse Talete, non c’erano molti oggetti – come invece oggi – ma vi erano una serie limitata di oggetti facilmente riconducibili alla materia prima di cui erano composti (per la maggior parte). Vi erano spade, fatte prevalentemente di ferro, scudi e armature. Vi erano stoffe di vario tipo e che però erano facilmente riconducibili alla terra, e pelli, che venivano naturalmente dal bestiame. Vi erano poi monete e monili d’oro, di bronzo e di rame. Qualche pietra preziosa. Vasi d’argilla o terracotta. Colonne di pietra levigata. Vi era poi il mare, specchio del cielo, tanto bello quanto insidioso. Le montagne e i boschi ricolmi, come grandi vasi, delle più svariate forme di vita – vegetali e animali. E poi senz’altro vi erano gli uomini, e ve ne erano di tutti i tipi: buoni e cattivi, forti e deboli, belli come il sole o, invece, più simili agli animali delle foreste. Vi erano donne, vi erano uomini. E poi, nient’altro. Più o meno. Dunque, poiché ogni cosa di queste era – a differenza d’oggi – facilmente riconducibile all’elemento fondamentale che la componeva, uno scienziato, Talete, pensò: e se invece raggruppassimo tutte queste cose, e gli elementi da cui queste sono state generate, sotto un unico elemento o principio all’origine di tutto? È possibile trovare un primo elemento che genera tutti gli altri, proprio come, a loro volta, le singole cose sono generate da un elemento specifico che le caratterizza?

Ecco, questa è la sfida che si pone Talete; e vi sembra poco? Più tardi, l’insieme di “tutte le cose che sono” sarà chiamato dai filosofi Essere, così come i Cristiani lo chiameranno il Creato; ma non è ancora il momento. Un’idea per nascere ha bisogno di una lunga gestazione, e a Mileto (una colonia greca, nell’odierna Turchia) 2600 anni fa l’uomo mosse i primi passi verso la creazione di idee grandissime e onnicomprensive come quelle di universo, galassia, vita o Essere. Fu come iniziare a scalare una vetta invisibile, una cima che non è possibile trovare in nessuna mappa o cartina, la cima del pensiero; furono i primi tentativi di abbracciare tutto con quello che poi sarà chiamato “concetto”.

Bene, e potremmo continuare nell’approfondire questi filosofi tanto semplici quanto complessi. È vero, ad esempio, che un altro filosofo della scuola di Mileto, tale Anassimene, trovò il primo principio nell’aria – operazione almeno apparentemente simile a quella di Talete – ma che dire, invece, di Anassimandro, che identificò il primo principio con l’ápeiron? Áperiron in greco vuol dire “illimitato” o “infinito”, deriva da alfa privativo più il sostantivo péras, e cioè “limite”. Vedete come questo ápeiron o infinito non ha già più niente a che fare con i quattro elementi ma è ad essi anteriore e li genera?

L’ápeiron è sicuramente un principio più astratto degli altri, o almeno così sembra, dato che tutti abbiamo visto o abbiamo esperienza dell’acqua o dell’aria ma nessuno, invece, di questo “infinto” o “indefinito” da cui poi le cose, compresi gli elementi, si genererebbero. Sembrerebbe che i primi filosofi vadano, nella ricerca dell’origine del tutto, da principi materiali e fisici a principi via via sempre più astratti. La ricerca del principio primo, infatti, continua tra i filosofi anche dopo la scuola di Mileto. Pitagora e i pitagorici, ad esempio, identificheranno come principio primo il numero ed Eraclito, soprannominato l’Oscuro, il fuoco.

A ben vedere, si va, nella ricerca del principio primo, da qualcosa di molto materiale come l’acqua a principi sempre più astratti e intangibili; e ciò perché i pitagorici (vissuti dopo i filosofi di Mileto) individuarono il primo principio nel numero (entità astratta per definizione), ed Eraclito, nel lógos (che in greco vuol dire “parola” o “ragione”). Dunque, “numero” e “parola”, possiamo immaginare due entità più astratte? Poi Platone individuerà, come è noto, nelle Idee (entità astratte eppure localizzabili nell’Iperuranio) l’origine di tutte le cose sensibili, e cioè delle cose di questo mondo, quelle che si possono percepire attraverso i sensi. Insomma, non sembra un cammino verso principi sempre più astratti?

A questo proposito, un vostro collega di un’altra classe mi ha fatto una domanda: «Se il percorso è verso primi principi sempre più astratti, perché studiamo Anassimandro con i filosofi di Mileto e non con i filosofi successivi?». L’ápeiron, diceva Elia, mi sembra molto più simile al numero di Pitagora e al lógos di Eraclito piuttosto che all’acqua (di Talete) o all’aria (di Anassimene).

In realtà, le cose sono molto più sfumate di così. È vero, ad esempio, che l’ápeiron sembra più un concetto che un elemento, eppure, per Anassimandro, l’illimitato era una cosa materiale (seppure indefinita), qualcosa di molto simile a una materia informe e primordiale, da cui tutte le cose saltavano fuori come da un gigantesco cappello. Viceversa, è anche vero che il numero, che sembra l’entità astratta per eccellenza, per Pitagora coincide con il punto geometrico. In altre parole, per Pitagora il numero è un’entità materiale, proprio come un sassolino. Per cui tanti numeri messi l’uno accanto all’altro possono comporre tutte le cose di cui è fatto il mondo. Le cose e i rapporti fra esse possono essere ricondotti a numeri e rapporti matematici. Per fare un esempio, per Pitagora un oggetto di forma quadrata è riconducibile al numero quattro, perché composto da due linee parallele ognuna di due punti.

Il cammino verso l’astrazione si fa via via sempre più complicato, perché è vero che per Eraclito è il lógos, la ragione insita nelle cose, ad essere all’origine del mondo ma è pur vero che questa ragione è a sua volta un elemento, il fuoco, l’elemento dinamico per eccellenza e, allo stesso tempo, pòlemos, la guerra, lo scontro che sta al di sotto di ogni cosa che è. Quando con fatica l’uomo, nello sforzo di dominare la sua intelligenza, arriverà a sussumere tutte le cose che lo circondano sotto l’essenza che le accomuna (il loro concetto), chiamerà questa essenza Idea – e cioè, letteralmente, “essenza visibile” -; non la chiamerà, come invece facciamo noi, “concetto” o “rappresentazione mentale”. Quest’ultima che ho citato è la dottrina platonica delle Idee. Tali idee sono considerate da Platone non degli oggetti “mentali” ma degli oggetti realissimi, presenti e visibili a tutti anche se non in questo mondo ma in un mondo sopra il cielo. Prima di incarnarsi, secondo Platone le nostre anime passavano per l’Iperuranio e potevano vedere queste idee di cui poi si sarebbero ricordate una volta incarnate nel corpo.

Insomma, come vedete questi primi filosofi non possono essere imparati a memoria, come saremmo tentati di fare, e sono molto di più di un nome di persona associato ad un elemento. Ora, dai vostri sguardi, ho paura che vi siete un po’ persi. Platone paragona il percorso attraverso la filosofia ad una corsa di carri. Vedrà di più chi riuscirà a restare per più tempo in sella al proprio carro, in una corsa forsennata al seguito dei carri più veloci degli dei. A me sembra che voi siete caduti dal vostro carro già diverso tempo fa e, vi confesso, anche io adesso sono un po’ stanco. Chi è che ha il libro e vuole leggere?

© Riproduzione riservata

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: