Cartesio e il dubbio metodico

Quest’anno studierete molti e importanti filosofi: partiremo da Agostino (che ha scritto Le Confessioni, un magnifico libro autobiografico pieno di riflessioni filosofiche) e San Tommaso. Poi, nel Rinascimento, avremo Machiavelli (che ci ha spiegato come dovrebbe comportarsi un uomo politico), Giordano Bruno, e dunque, nel Seicento, Pascal, Spinoza, sino alle riflessioni politiche degli inglesi Thomas Hobbes e John Locke. Poi, nell’Illuminismo, avremo Kant e, infine, nell’Ottocento, l’idealismo tedesco, quindi Fichte, Schelling ed Hegel.
Oggi vorrei però parlarvi di quello che forse è il filosofo più importante, decisivo, in un certo senso, per il nostro modo odierno di pensare a noi stessi e al mondo che ci circonda; almeno per quanto riguarda il lungo periodo della storia della filosofia che abbracceremo quest’anno. Qualcuno di voi ha visto il film Matrix? Ce lo racconti, per favore? Perfetto, Matrix è la storia di un uomo, un programmatore di nome Thomas A. Anderson, che di notte opera come hacker sotto lo pseudonimo di Neo. Una notte questo Neo viene contattato da un altro hacker, Trinity, che gli accenna qualcosa riguardo a una certa “Matrix”. Neo, su proposta di Trinity, decide di incontrare Morpheus. Questo Morpheus – un omaccione calvo dalla voce cavernosa – mette Neo davanti a una scelta: ingoiare una pillola blu, dimenticare il loro colloquio e tornare alla sua vita di tutti i giorni o ingoiare la pillola rossa e scoprire il mondo come è in realtà. Secondo voi, cosa sceglierà Neo? Certo, la pillola rossa, altrimenti il film sarebbe terminato lì. Alla fine, dunque, Neo prenderà la pillola rossa e si risveglierà nudo in una specie di gigantesca capsula piena d’acqua – come in un ventre materno, diciamo, solo che al posto del cordone ombelicale ha una spina attaccata al collo, che lo collega ad una macchina che gli succhia l’energia vitale e lo usa come una batteria umana. In realtà, il mondo in cui Neo credeva di vivere era un’illusione, un sogno a occhi aperti proiettato dalle macchine per permettergli di stare buono buono nella capsula e alimentarle per tutto il corso della sua vita. Il mondo che scopre Neo una volta che lo tirano fuori da questa capsula è un mondo senza luce solare, in cui regnano le macchine (un tempo create dagli uomini ma adesso padrone della Terra). Insomma, Matrix è un film di fantascienza che si basa su una possibilità, la possibilità che tutto ciò che vediamo, pensiamo, crediamo reale sia in realtà un sogno ad occhi aperti, un’illusione, una creazione (indotta da qualcuno o da noi stessi) della nostra fantasia. Ci avete mai pensato a questa possibilità? In fondo, quando andiamo a letto ci addormentiamo e sogniamo, vediamo e sentiamo le cose più svariate come se fossero vere e non sappiamo che stiamo sognando. Chi ci dice che non stiamo sognando anche adesso? Che, in realtà, i sogni che facciamo quando siamo a letto non continuino anche quando ci alziamo dal letto e che, quando crediamo di svegliarci, alzarci, fare colazione, lavarci, non stiamo vivendo in un sogno più grande? In fondo, pensateci, ipotizziamolo almeno. Ognuno di voi crede in qualcosa. Prima di tutto è convinto del proprio nome e quando pensa a se stesso si pensa sempre con quel nome. Poi è convinto della sua età, crede che deve andare a scuola (perché a sedici, diciassette, diciotto anni si deve andare a scuola), crede, che so io, di avere un amico o un’amica che si chiama in quel tal modo, che ha gli occhi azzurri, o verdi, o neri, i capelli di un certo colore, ecc. Siamo convinti che la voce che ci sveglia la mattina sia proprio quella di nostra madre, o nostro padre, che quello che è seduto al tavolo sia proprio nostro fratello. Siamo convinti di abitare a Bergamo (eppure non sappiamo perché si chiama Bergamo), di abitare su un pianeta che si chiama Terra, che è rotondo e che gira, anche se non ci sembra di muoverci e non abbiamo mai visto nessun pianeta se non in foto; eccetera. Insomma, potete immaginare per un attimo che tutto quello che credete esistente in maniera evidente, in verità, non sia reale, e che lo stesso corpo, in cui credete di abitare, sia un’invenzione – le stesse mani che adesso stringete a pugno – un’invenzione del vostro cervello o di chi per lui?

Bene, perché la filosofia di Cartesio – almeno quella di un suo libro che si chiama “Meditazioni” – parte tutta da questa ipotesi: io non posso essere certo che tutto questo sia reale, di esistere davvero. Chi me lo assicura? Io stesso? E se stessi sognando? I miei amici? E se fossero loro stessi una mia creazione?
A quanto mi ricordo dagli anni dell’università, Cartesio avrebbe scritto le sue Meditazioni in Olanda, quando era a servizio della famiglia reale come precettore – questo però non me lo ricordo bene, prendete quello che sto dicendo con le pinze. Quell’intuizione da cui partono le Meditazioni– quella di star vivendo in un sogno – sembra gli sia venuta proprio lì, in Olanda, dove tutti parlavano una lingua diversa dalla sua (il francese o, quando scrive, il latino). Fino a che viveva in Francia la vita gli era sempre sembrata immensamente reale, non aveva mai sentito il bisogno di metterla in dubbio: e per quale motivo? Tutti concordavano con lui su cosa fosse, che ne so, un livre o un croissant; ma in Olanda, dove tutto aveva un altro nome? Gli sembrava di essere sprofondato in un sogno.

Cartesio pubblica le sue Meditazioni Metafisiche nel 1641. Le Meditazioni recavano sulla copertina un sottotitolo: “Nelle quali sono dimostrate l’esistenza di Dio e la distinzione reale tra l’anima e il corpo dell’uomo”. Dunque, Cartesio dubita di tutto ma a quanto pare lo fa per dimostrare infine l’esistenza di Dio. Le “meditazioni”, come Cartesio le chiama, sono sei. Cartesio le scrive come se avesse meditato per sei giorni di seguito (una meditazione al giorno), dunque parla della meditazione precedente dicendo: “Ieri ho pensato, ho ipotizzato, ecc.”. Le sei meditazioni si intitolano:

1) Delle cose di cui si può dubitare
2) Della natura dello spirito umano: esso si conosce meglio del corpo
3) Di Dio e della sua esistenza
4) Sul vero e sul falso
5) Sull’essenza delle cose materiali e, nuovamente, di Dio e della sua esistenza
6) Dell’esistenza delle cose materiali, e della reale distinzione dello spirito dal corpo

La prima meditazione è forse la più famosa e parte dalla necessità del cosiddetto dubbio metodico. Dice Cartesio: “Effettivamente, non è naturale per me dubitare delle cose che considero evidenti, per esempio, del fatto che ci sia un banco di fronte a me e però – dice una cosa particolare qui – ALMENO UNA VOLTA NELLA VITA DEVO DUBITARE DI TUTTE LE COSE. Dunque, nelle meditazioni Cartesio inizia a dubitare di tutto, e inizia a dubitare prima di tutto della PERCEZIONE DEI SENSI. Dice: “Spesso capita che i miei sensi – sapete quali sono i sensi? – mi ingannino, ad esempio, quando vedo una cosa lontana e mi sembra piccola ma in realtà è grande, oppure – questo però non è un suo esempio – quando guardo all’orizzonte e la Terra mi sembra piatta. Bene, devo sforzarmi – in questo senso si parla di “dubbio metodico” – di credere che i sensi mi ingannino sempre, anche quando, ad esempio, vedo questa cattedra davanti a me e credo che sia reale”. “Del resto – si chiede Cartesio – come posso distinguere la veglia – quando sono sveglio – da quando sto dormendo? Quando dormo vedo qualcosa – anche, ad esempio, un uomo con due teste – e penso che sia reale, perché non posso illudermi anche adesso? Anche le proposizioni e le leggi della matematica – che Cartesio considera le verità più affidabili – possono in realtà essere un’illusione. “Certo, le regole della matematica sono le cose più certe fra quelle che conosco, eppure posso supporre che esista un dio ingannatore che mi inganni sempre anche quando sto facendo matematica”. “Bene – continua Cartesio – però l’idea di un dio maligno non mi quadra, mi sembra un ossimoro, una contraddizione in termini: Dio, che per definizione è perfetto, perché dovrebbe ingannarmi? È meglio immaginare un genio maligno che gioca a ingannarmi sempre, ogni qualvolta io sento o penso qualcosa”. Questo è il dubbio metodico della prima meditazione.

Seconda meditazione
Lo spirito si conosce meglio del corpo

Dubito di tutto, abbiamo detto, di ciò che sento e di ciò che penso. Ma c’è, in fondo, qualcosa di cui, ora che sto dubitando, non posso assolutamente dubitare? Chi è che mi vuole rispondere? Vediamo. “Forse – si chiede Cartesio – non posso dubitare del fatto stesso che sto dubitando…”. È come se cercasse di chiarirsi: “Dubito, dubito… e però, proprio perché dubito, penso. Almeno di questo posso esserne certo. E, se penso, se sto pensando proprio in questo momento, vuol dire che sono. Non foss’altro che come una cosa pensante!”. È la famosa frase “cogito ergo sum” che viene ripetuta sempre ma che però non compare mai nelle Meditazioni.

“Bene, dunque se intuisco di essere qualcosa proprio nel momento in cui dubito e penso, allora, cosa sarà questa cosa che sono? Di certo non un corpo, almeno non mi sembra: so che penso, ma al di fuori di questa voce non sono sicuro di nulla. Io sono, per quanto ne so, un pensiero, una cosa che pensa, una res cogitans – come si dice in latino”. “Dunque – dice Cartesio – a una conclusione sono arrivato: posso dubitare di tutto ma non del fatto di star dubitando. E, dunque, di star pensando. E se sono sicuro di pensare, beh… allora…”. Ditemelo voi. “Beh, allora io non sono nient’altro che questa stessa voce, questa eco che dentro di me si domanda: Che cosa sono io? Nel buio”.

E se volessimo essere certi di qualche altra cosa? Cartesio elegge due criteri, CHIAREZZA e DISTINZIONE. “Tutto ciò che percepirò come chiaro e distinto, sarà anche reale”, dirà dopo. E di qui Cartesio cercherà di ricostruire, di fondare daccapo il mondo che a noi tutti sembra evidente per il solo fatto di vederlo, di toccarlo, di pensarlo. “Prima credevo più reale ciò che vedevo e sentivo, ora, invece, mi è chiaro che sono più sicuro dei miei pensieri e di ciò che è spirituale…”.

Bene, ecco, queste sono solo alcune delle cose che ha detto Cartesio; cose per cui lo ricordiamo e che io ho il compito di spiegarvi. A qualcuno andrebbe, per caso, di venire alla lavagna a ricostruire tutto il ragionamento che abbiamo appena fatto?

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