Socrate e la conoscenza di sé

Durante quest’anno studierete la civiltà greca e questo perché molto di quello che siamo (noi italiani e, più in generale, noi occidentali) trova la sua origine proprio in Grecia, alcune migliaia di anni fa, per cui possiamo dire che la Grecia è stata la culla della civiltà occidentale. Il modo con cui pensiamo a temi come l’amicizia, l’amore o la fama, l’importanza che diamo alla cultura, alla verità o alla giustizia nasce lì, in Grecia, prima con i poemi omerici e i primi poeti e poi con i primi pensatori, i filosofi della scuola di Mileto ed altri, ma soprattutto Socrate, Platone e Aristotele. Prima della Grecia del V sec. a.C., per dirne una, uccidere non veniva per forza considerato sbagliato o fonte di riprovazione morale. Delle volte, ad esempio, si ricorreva al sacrificio umano per placare l’ire degli dèi; altre volte si “esponevano” i figli (per diverse ragioni), li si abbandonava ancora neonati su un monte lasciandoli morire di inedia, e cioè di sete e di fame. Molto più spesso, poi, si uccideva in guerra, e, inevitabilmente, capitava che tanti più nemici uccidevi più diventavi ricco e famoso. Non era infrequente uccidere uno schiavo e la stessa schiavitù era ammessa e bisognerà attendere centinaia d’anni prima che si diffonda l’idea che tutti gli uomini, in quanto uomini, sono uguali (Cristo) e prima che il rapporto di subordinazione fra gli schiavi e i loro padroni venga fatto oggetto di riprovazione (Seneca, I sec. d.C.). Avrete sicuramente sentito espressioni come “è la bellezza interiore che conta”, oppure, “è tutta apparenza”. Bene, fino a un certo punto, nella Grecia antica apparenza e sostanza erano la medesima cosa e anzi la prima veniva considerata una testimonianza inconfutabile della seconda, per cui “kalòs kai agathòs”, “bello è anche buono”. L’avversione per valori come la bellezza esteriore, la ricchezza, la forza e l’esercizio della violenza fisica – sto parlando dell’avversione “morale”, del dubbio morale per ciò che è giusto o sbagliato – non c’è sempre stata ma, anzi, è nata in un momento ben preciso (almeno nella nostra storia, nella storia della civiltà occidentale) e in un luogo preciso, e cioè in Grecia, e più precisamente ad Atene, all’ombra dei templi, nelle piazze e nei ginnasi, più o meno nel V sec. a. C (e cioè 2500 anni fa). L’Atene di quel tempo era una città-stato democratica, sì, come la nostra Italia, anche se la loro democrazia era molto diversa dalla nostra. “Democrazia” significa, secondo la sua etimologia, “governo del popolo” ed è una forma di governo contrapposta, per fare un esempio, alla monarchia, in cui invece a governare è uno solo, e cioè il re. In Italia, oggi, “democrazia” significa principalmente che ogni tot. anni i cittadini maggiori di diciotto anni possono votare: dunque, ad esempio, ogni cinque anni ci rechiamo alle urne per votare e scegliere i nostri rappresentanti. Nell’Atene del V sec. a. C. la democrazia era una cosa diversa, il popolo veniva chiamato in piazza – ogni quartiere della città aveva un suo spazio nella piazza – e approvava o respingeva una legge proposta da un’assemblea di governanti. Quest’assemblea, la boulé, era a sua volta composta da membri sorteggiati dai demi di cui era composta la città. Dunque, tutti, a turno, governavano, e chi in quel momento non era al potere poteva comunque recarsi in piazza per votare le leggi proposte dai governanti. Questa era ai suo albori la democrazia (la democrazia diretta, così com’è stata chiamata). Ora, a partecipare alla vita politica in effetti non erano proprio tutti: sapete chi era escluso, si dice così, dai “diritti politici”? A votare erano in realtà solo i cittadini maschi, adulti e liberi; chi non era maschio, adulto e libero non votava. Dunque, ditemi voi, chi è che non votava? Le donne, i minori e gli schiavi. Per quanto può sembrare strano, fino al 1946 anche in Italia le donne non potevano votare e, come sapete, ancora oggi i minori di diciotto anni non possono votare. Una buona parte dei maschi, adulti, liberi che andavano in piazza a votare non lavorava, e sapete perché? Perché aveva di proprietà pochi o molti terreni dove a lavorare erano in realtà gli schiavi. Insomma, queste persone (questi cittadini) che potevano non lavorare, o che lavoravano poco, avevano molto tempo a disposizione, e una piccola fetta di queste persone passava quel tempo libero non solo ad allenarsi in palestra e a bere nelle locande ma anche e soprattutto a parlare. Ecco, tutto fa pensare che la nostra civiltà, nutrita (almeno teoricamente) di eguaglianza e di cultura – in cui tutti possono votare e in cui tutti possono andare a scuola gratuitamente – nasce chiacchierando, da un piccolo gruppetto di filosofi il cui maestro era Socrate, lì, nella Grecia antica circa 2500 anni fa.

Socrate e il gruppo dei suoi discepoli (o studenti) amavano passare le loro mattine nei ginnasi, nei templi, ma soprattutto passeggiando per le vie della città. E mentre passeggiavano, chiacchieravano, e sapete di cosa chiacchieravano? Voi quando vi vedete con i vostri amici di cosa chiacchierate? Ecco, loro non chiacchieravano proprio di questo, ma chiacchieravano di cose più teoriche, se vogliamo, di alcune questioni fondamentali, come: che cos’è l’amore? Che cos’è l’amicizia? Cosa è giusto e cos’è la giustizia? Cos’è reale e cosa non lo è? Ecco, in verità non erano proprio un gruppo di amici. Socrate era un uomo adulto (con una moglie e già tre figli) mentre i suoi discepoli (fra cui Platone) erano solo dei giovani uomini, alcuni dei ragazzi, degli adolescenti (proprio come voi). Socrate poi (che non aveva la mia età ma che era ben più grande quando insegnava a questi giovani) era famoso per essere molto brutto: era basso e aveva la pancia, era tarchiato, non aveva collo, aveva una folta barba bianca e il naso schiacciato, somigliava, si diceva, a un satiro (una divinità metà uomo metà animale devota al dio Dioniso e che viveva nelle foreste). Questo Socrate raccontava ai ragazzi che amavano ascoltarlo cose molo strambe per quei tempi. Ad esempio, diceva che la ricchezza non era importante, che neanche la fama (acquisita in battaglia) era importante, e che la bellezza esteriore era un bene trascurabile; ciò che era veramente importante, invece, era essere buoni e essere giusti, e per essere buoni e giusti bisognava conoscere la verità. In una civiltà (come tutte le civiltà antiche) di guerrieri e di commercianti, arriva a un certo punto quest’uomo che dice di essere mandato dal dio Apollo e che l’unica cosa importante da fare nella vita – quella fondamentale, la più urgente – è mettersi alla ricerca della verità.

Per Socrate, dunque, la vita serviva alla conoscenza, conoscere era l’obiettivo. E però piuttosto che indagare i fenomeni della natura (come altri avevano fatto prima di lui), ad esempio, i moti delle stelle, le maree, gli animali, la fisiologia umana, insomma, i fenomeni fisici, Socrate indaga se stesso e pensa che la conoscenza di se stessi sia la via per giungere alla verità. Fa risalire questo principio della conoscenza di sé a una massima iscritta nel tempio di Apollo a Delfi, una massima di uno dei sette sapienti. Questa iscrizione recitava: γνῶθι σεαυτόν (gnōthi seautón) e cioè “conosci te stesso”. “Conosci te stesso” era per Socrate un imperativo, un compito, una strada da seguire nella vita, quella rivolta alla verità. E sapete a quale verità giunse alla fine Socrate? Giunse a una semplice conclusione: io sono colui che non sa, sono, rispetto agli dèi, un ignorante, perché parlo quotidianamente d’amore, d’amicizia, di ciò che è giusto, di ciò che è buono, senza in effetti sapere cos’è l’amore, cos’è l’amicizia, cos’è la giustizia o il bene. La conclusione cui giunge Socrate è, in poche parole, “io so di non sapere”. Ed è questa la conclusione a cui cercava di portare sempre il suo interlocutore, “io so di non sapere”; è solo a partire da questa consapevolezza, infatti, che si può cominciare il cammino verso la verità e verso la filosofia.

Sapete perché sappiamo tutte queste cose? Perché ce le ha raccontate uno di quei ragazzi che giravano intorno a Socrate, un suo discepolo o alunno, Platone. Socrate non scrisse nulla, Platone invece ci racconta tutto, e ci racconta, in particolare, di un processo contro Socrate che si tenne nel 399 a.C. Durante quel processo, Socrate, accusato di corrompere i giovani e di empietà, si alza in piedi e davanti ai giudici dice le sue verità. Dice: “Io sono un discepolo di Apollo e ho il compito di convertire questa città, di spiegare a ognuno che non la fama, non la ricchezza, sono importanti, ma la giustizia, il bene e, soprattutto, la verità”. Al termine di quel processo, Socrate fu imprigionato e dopo trenta giorni fu costretto a bere la cicuta e a morire, in carcere, davanti agli occhi dei suoi alunni perché giudicato colpevole.

Ora, ragazzi, forse qualcuno di voi avrà già capito dove volevo andare a parare… Vorrei sapere cosa conoscete di voi stessi, raccontatemi chi siete… Prima, però, ditemi i vostri nomi.

[13 settembre 2021 – prima lezione di filosofia a una prima liceale]

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