Le settimane, i mesi, gli anni

Il fatto di vivere da solo, specialmente in questo periodo, devo dire che mi ha causato non pochi problemi. A un signore di mezza età come me, più verso i sessanta che verso i cinquanta, quando gli hai tolto il lavoro gli hai tolto tutto. Anche perché non ho figli. Questa cosa dei figli… mia madre insisteva tanto perché facessi dei figli. E ci andai pure vicino, una volta, con la mia prima ed unica moglie.
Dopo cena, quando io e Gina restavamo un po’ in cucina a chiacchierare, arrivava sempre un momento in cui lei, sbattendo le palpebre, mi chiedeva:
«E tu, preferiresti un maschietto o una femminuccia?»
Io le rispondevo sempre che per me era lo stesso, che non faceva tanta differenza. Anche se in realtà avrei voluto una femmina. Allora lei cominciava:
«Io vorrei tanto un maschiètto». Maschiètto diceva, con la ‘e’ aperta.
Io allora le sorridevo e mi mettevo comodo a guardarla mentre lei, tutta occhi e labbra, parlava dei mille vantaggi di avere un maschietto. Del fatto che lei aveva vissuto con tre fratelli maschi, che sembrano i maschi i più difficili da educare ma che in realtà sono le donne le più complicate. E cose così. Oh Gina, mi manca proprio quel tuo farneticare! Almeno, ci passavamo la serata.
Ora invece a cena mangio solo, a capotavola. Mangio tutto in un piatto piano con davanti un bicchiere di rosso. Non guardo mai la televisione, ascolto la radio. O, più spesso, mangio in silenzio.
Sì, delle volte manca proprio qualcosa. Comunque, quella cosa dei figli non andò in porto: Gina, dopo neanche due mesi dalle nozze, fuggì con un suo collega che avevano promosso e trasferito al Nord. Da allora non ho mai avuto altre relazioni stabili, o che volevano esserlo, e l’argomento figli nella mia vita non si riaprì più.
Di solito, la sera, dopo aver cenato e finito il mio secondo bicchiere – non ne bevo mai più di due –, mi alzo da tavola ed esco sul terrazzino a prendere un po’ d’aria. Questa cosa della quarantena e del virus è una vera iattura, non c’è che dire, però quanto è bello fermarsi la sera a guardare la strada deserta, respirare l’aria fredda nel silenzio e sentire la selvaggia bellezza del cielo notturno sopra di sé. È stata una di queste sere che me ne sono accorto. Bastava che percorressi tutto il terrazzino e mi fermassi nell’angolo: guardando verso sinistra, all’altezza della terza finestra illuminata, c’è una ragazza. Avrà appena sedici anni. Alle volte è all’impiedi, ferma, come riflettendo su qualcosa o, magari, squadra davanti a sé uno specchio che non riesco a vedere. I lunghi capelli mossi e neri che le scendono sulla schiena. Altre volte è alla scrivania, proprio di fronte alla finestra. Forse scrive, forse legge. Da qualche giorno mette sempre gli occhiali. Insomma, è stata una di queste sere che l’ho vista e ho infranto la regola dei due bicchieri. Me ne sono riempito un ultimo, una volta finito di cenare, e me lo sono andato a bere lì, nell’angolo, guardando a sinistra verso la terza finestra illuminata. Il silenzio, l’aria fredda, il fiato che si condensava in vapore sul bicchiere, ormai a meno di metà: difficilmente ho passato notti più belle. Mi sono quasi imparato a memoria i suoi movimenti. Di solito, la trovavo alla scrivania: doveva proprio studiare, anche a quell’ora, poiché non vedevo computer o altre cose del genere. E perché sarebbe dovuta stare lì, seduta alla scrivania, se non studiava?! Be’, insomma, la osservavo studiare per un bel po’. Abbassava la testa sul libro e allora le si vedevano solo la montatura degli occhiali, la fronte e i capelli. Poi si risollevava, come se avesse finito di scrivere o di sottolineare, ed io la potevo ammirare nel suo viso giovane e perfetto alla luce della lampada da scrivania; per pochi secondi, fino a che poi non tornava a sottolineare. Altre volte, invece, lasciava completamente perdere il libro e guardava davanti a sé i vetri, verso fuori, verso la notte sconfinata, come attirata da uno pensiero insolito, come con lo sguardo impigliato in una rete di stelle. Meno spesso, invece, s’alzava. È magra, dicevo, e – quasi sempre – con i capelli mossi che le scendono giù lungo la schiena. È stata proprio una di queste sere che mi ha visto, o almeno così mi è parso. Ero seduto nel solito angolino, con pantaloncini corti da ginnastica – porto sempre i pantaloncini a casa – e infradito. Ero con una gamba accavallata sull’altra muovendo un piede avanti e indietro negli infradito, con il bicchiere di rosso mezzo vuoto in una mano e nell’altra la sigaretta accesa. È stato quando si è alzata che probabilmente mi ha visto; più che me deve aver visto il bagliore della sigaretta accesa e, probabilmente, l’ombra di un volto girato inequivocabilmente verso la sua finestra. Quando mi ha guardato di nuovo io non ho distolto lo sguardo, ho continuato a guardarla come facevo prima, tirando ogni tanto dalla sigaretta. Così, a un palmo dal vetro, con la luce della scrivania che la illuminava dal basso, era buffa, sembrava volesse mettermi paura. Allora ho pensato: bambina mia, se veramente avessi fatto un figlio con Gina, mia figlia adesso avrebbe pressappoco la tua età e forse le settimane, i mesi e gli anni non sarebbero passati così velocemente. Poi, la ragazza si è rimessa a sedere alla scrivania come se nulla fosse ma già dalla sera successiva ho notato che aveva cambiato posizione, aveva spostato la scrivania e adesso potevo vedere soltanto i suoi capelli e una parte del profilo. E allora anche io, da quel giorno, ho smesso di sedermi nell’angolino a guardarla. Anche stasera, non sono uscito. Finito il mio secondo bicchiere e rimesso il tappo alla bottiglia mi sono solo avvicinato alla finestra per guardare fuori.
Poi, mi è venuto di sbirciare nella direzione della sua finestra… e le luci erano spente.
Oh Gina, quanto mi manca quel tuo farneticare!

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