Conversazione allo specchio

Delle volte, penso che il mio unico problema sia non credere abbastanza in me stesso. Non vorrei certo credermi “chissà chi” ma, almeno, vorrei avere una buona immagine di me. Eppure, non sempre ci riesco. Credo che gran parte dei miei problemi derivi proprio da questo. E non solo nella mia vita personale, ma anche in classe. Si dice che chi non si ama non può amare davvero nessuno, mi chiedo se è davvero così. Di sicuro è vero il contrario: chi non si ama non può pretendere che gli altri lo amino al suo posto. Mi rendo conto che questi problemi in classe vengono a galla. Nello sguardo, ad esempio. Il mio sguardo vaga sempre per terra, fra i banchi. Ho difficoltà a chiedere qualcosa a un ragazzo guardandolo negli occhi. E poi, certo, il mio problema è probabilmente anche quello di non essere abbastanza severo (o, al contrario, di esserlo troppo). Essere poco severo o esserlo troppo sono in realtà la stessa cosa. La vera severità (quella giusta) è un’altra faccia dell’amore; quando non è così, la severità diventa vuota e fine a se stessa. La vera severità non è fredda o distaccata, è calda. Ha uno scopo. Anche per la bontà vale la stessa cosa. Quando i professori dicono, ad esempio, “lo aiuto”, “lo faccio recuperare”, “alla fine gli do comunque la sufficienza”, non è certo perché siano buoni. È solo uno dei tanti modi per non sforzarsi di vedere chi si ha di fronte, per non assumersi la responsabilità di questo (complesso) rapporto umano. Mi rendo conto che anche io, in parte, sono così: o troppo severo o (più spesso) troppo buono, e ciò per non vedere chi ho di fronte o per non vedere me stesso. Che poi è lo stesso.

Saranno banali queste mie riflessioni però, banali o no, il rischio concreto per un docente è quello di tornarsene a casa, alla fine delle lezioni, odiando il proprio lavoro e i propri studenti. Alcuni li odi perché ti vogliono prendere in giro, altri perché parlano sempre e non ti lasciano spiegare, altri perché non si impegnano il dovuto (e non importa quanto ti sforzi a preparare le lezioni). Eppure, mi pare una soluzione troppo semplice quella di odiare i ragazzi. Ho letto da qualche parte che ciò che distingue i maestri veramente grandi, in qualsiasi campo, è una specie di sicurezza interiore. Io, oggi, vorrei davvero fermarmi a riflettere su cosa questa sicurezza interiore potrebbe essere.

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