L’assemblea degli studenti

La comunicazione è chiara: tutte le lezioni si devono interrompere per permettere agli studenti di partecipare all’assemblea. Io e il professore di Elettrotecnica, poco prima dell’ora “x”, ci scambiamo uno sguardo teso mentre lui continua, distrattamente, a snocciolare gli ultimi argomenti della lezione. Quando si allunga troppo, però, qualcuno dal fondo della sala proclama a voce alta “Professore! Alle dieci c’è assemblea!”. Il professore, sessant’anni fatti, trent’anni di onorata carriera nell’Istituto, è costretto a ingoiarsi la lingua mentre mi getta un altro sguardo imbarazzato e balbetta qualcosa del tipo “Eh ragazzi, allora concludiamo”. Alle dieci tutti pronti: il mio collega cerca di trovare la pagina per il collegamento, mentre io, docente di sostegno e dunque secondo in carica, squadro la classe con aria di sfida. Gli occhi dei ragazzi bruciano, fissi e neri sembrano urlare: “Vogliamo partecipare!”. Eppure, tutto già dall’inizio appare strano. Dietro di me vengono proiettate le immagini del pc: “Su Meet non c’è nulla!”, dice esasperato il professore. “È su Twitch!”, urla un ragazzo al primo banco, insofferente verso quella che, si capisce, considera una lacuna irrecuperabile. “È su Twitch”, ripete il professore, e poi a bassa voce, in modo che solo io lo possa sentire: “…sembra facile!”. Ma Twitch non è la piattaforma di intrattenimento dove gli influencers fanno le loro dirette? Non ho il tempo di rispondermi perché, con l’aiuto di un ragazzo, il collegamento è già pronto. La pagina di Twitch è sullo schermo ma nulla, l’assemblea ancora non inizia. Solo parecchio tempo dopo (alle 10.40 circa) compare sullo schermo un ragazzo col cappuccio che scandisce chiaro: “Benvenuti all’assemblea ScuolaZoo!”.

Io lo guardo e penso che quello non ha proprio l’aria di essere un rappresentante degli studenti. E infatti il ragazzo si presenta e il mistero si chiarisce: si chiama Francesco ed è un deejay di ScuolaZoo – quella che dopo scopro essere una community (come oggi si chiamano le aziende) da più di quattro milioni di followers su Instagram che offre svariati servizi (a pagamento e non) agli studenti di tutta Italia. Il deejay sullo schermo si collega con un famoso youtuber (incaricato di parlare del suo canale: di come si pubblicano contenuti “di qualità”, di come si guadagnano followers e cose del genere) e con – finalmente! – una rappresentante degli studenti (che però precisa fin dall’inizio di essere una “rappresentante ScuolaZoo” [senza spiegare cosa questo significhi]), portavoce degli studenti di una ventina di istituti gemellati della Lombardia, tutti in quel momento collegati alla diretta/assemblea.

Riassumendo, l’assemblea degli studenti a cui sto assistendo consiste in: 1) un deejay che dirige/presenta la diretta/assemblea (o “assemblea ScuolaZoo”, come pure è stata chiamata) 2) uno youtuber (che poi ho scoperto essere uno youtuber arcinoto fra gli studenti e, parola dei ragazzi, “uno che spacca”) che cerca di: spiegare come diventare famoso sui social/farsi pubblicità/atteggiarsi un sacco e 3) una rappresentante che sostiene (e lo dice con assoluta serietà) di essere lì “perché è tempo di ridurre la distanza fra professori e studenti”. L’unica cosa che davvero mi è chiara in tutta la faccenda però – e che mi rimbomba nella testa perché è scritta praticamente ovunque – è proprio la bizzarra parola/community/azienda “ScuolaZoo”. Il logo (costituito proprio dalla scritta “ScuolaZoo” a caratteri cubitali) è dappertutto: sulla felpa del deejay, su quella del youtuber – fin qui c’era da aspettarselo – ma anche su quella nera della rappresentante, felpa su cui, se non ricordo male, avrebbe dovuto esserci il faccione barbuto del Che con un sigaro in bocca. Quando capisco – non ci voleva molto, in realtà – che l’assemblea non porta a nulla e che (soprattutto) non ha nulla a che fare né con la scuola né con i diritti degli studenti, ma al massimo con questa azienda chiamata ScuolaZoo, vedendo che il mio collega è uscito e non accenna a tornare e trovandomi solo con la classe, penso che finalmente è arrivato il mio momento.

Il professore non c’è, dunque, entro automaticamente io al comando. Da un banchetto laterale di soppiatto scivolo dietro la cattedra mentre gli occhi dei miei studenti sono ancora tutti alzati verso i deejays/rappresentanti/dipendenti di ScuolaZoo. Lentamente e senza che nessuno se ne accorga faccio scendere l’asticella del volume – in una dissolvenza, questa sì, da vero deejay – abbasso l’audio di Twich e inizio a parlare a voce sempre più alta in modo che lo scambio tra la mia voce e quella del deejay risulti assolutamente naturale e – soprattutto – necessario. “Bene, ragazzi” inizio a dire. “Scusate”, mi correggo, quando i loro occhi minacciosi si abbassano dallo schermo su di me, perché mi sembra più educato, “…non vi pare – e qui cerco di usare tutte le precauzioni del caso – che non c’entri nulla l’assemblea degli studenti con questa ScuolaZoo?”. Gli alunni mi guardano sgranando gli occhi – soprattutto dal primo banco – ed io prendo coraggio e cerco di affinare il concetto: “Perché, vedete… l’assemblea degli studenti dovrebbe avere come obiettivo quello di difendere i diritti degli studenti nei confronti dei docenti. Nasce nell’ambito della lotta di classe in cui gli studenti appartenenti a classi subalterne dovevano far valere i propri diritti in un impianto di istruzione ancora elitario…” ma non riesco a finire la frase che uno studente al primo banco, felpa nera, ciuffo nero, occhi neri come due tizzoni ardenti fra le palpebre, mi interrompe: “Ma che dici! – proprio così, col “tu” – Ma se l’hanno organizzata loro l’assemblea, quelli di ScuolaZoo!”. Allora cerco di continuare e balbetto qualcosa, ma a quel punto capisco di aver perso improvvisamente qualsiasi autorità e vorrei lasciare il mio posto ma: dov’è il professore?

Tutti si rendono conto delle mie difficoltà fino a quando un ragazzo, dalla penultima fila di banchi, ne approfitta e urla qualcosa del tipo: “Pierino! Raccontaci una barzelletta!”. Non guarda me mentre lo dice, dunque, almeno teoricamente, può rivolgersi a chiunque nell’aula; io comunque, per la cronaca, questo maglione rosso stamattina proprio non lo volevo mettere (avrei optato serenamente per qualcosa di più sobrio se non fosse che era la cosa più calda che avevo nell’armadio). La classe ormai è in subbuglio, l’ordine irrimediabilmente perso. E il mio collega ancora non si vede. L’unica cosa che mi resta da fare è un altro dei miei numeri. Impugno con decisione il mouse e, lentamente, inizio ad alzare di nuovo l’asticella del volume. I deejays sullo schermo – quelli sì che sanno tenere l’attenzione della classe – ricominciano lentamente a parlare e gli occhi dei ragazzi piano piano si risollevano verso lo schermo mentre le loro bocche finalmente si richiudono. Io allora approfitto per scivolare di nuovo in uno dei banchetti laterali e tornare a guardare come gli altri le immagini proiettate sulla lavagna, convincendomi, una volta e per tutte, che i diritti degli studenti sono davvero importanti e che, sì, forse al posto del professore avrei dovuto fare il deejay.

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