Il numero 8

A portarmi a scuola è un autobus rosso e lungo, l’otto. A prenderlo, siamo in parecchi. C’è uno stronzetto con i piedi sul sedile che cerca di farmi una foto ogni volta che salgo a bordo. C’è una signora cinese che parla al telefono per tutto il tragitto (in italiano) e che – è tutto vero! – come nei film non sa pronunciare la “r”. Ci sono due sudamericani – una donna e un uomo dalla pelle scura e i volti gonfi – che si seggono tutte le mattine, l’uno di fronte all’altra, per parlare a lungo delle prelibatezze dei loro rispettivi ed esotici paesi natii. E ci sono ragazzi dappertutto, seduti nelle posizioni più innaturali – posizioni da cui bisogna ipotizzare che sotto le felpe ammaccate non abbiano alcuno scheletro – con larghi cappucci sugli occhi semichiusi e grandi zaini colorati fra le gambe. E poi ci sono io, che non sono molto diverso da questi ragazzi: anche io mi trascino dietro un grosso zaino e anche io oggi non vorrei assolutamente andare a scuola. Ma le strade sfrecciano ai nostri lati, comunque, indifferenti ai nostri desideri. Dalle strade signorili del centro è un attimo che passiamo a quelle semi-rurali della provincia, dove il cielo d’improvviso si fa cupo e anche il verde non ha più quel tono salubre e brillante degli alberi dei parchi cittadini. Da qualche parte dietro di me arrivano le voci di due ragazzi che parlano di “diodi” e di “resistenze” – parole con cui anch’io quest’anno sono stato costretto a familiarizzare. Uno dei due parla a voce molto alta, mentre l’altro a volume bassissimo, e con una strana voce nasale da cartone animato. Oltre a questo, il secondo ragazzo è sempre in controtempo, per cui: o risponde molto in ritardo, oppure comincia a parlare prima che l’altro abbia terminato il suo discorso. Il risultato è che, per chi li ascolta soltanto, i due sembrano impegnati in due conversazioni distinte, con due interlocutori differenti. Ma basta voltarsi ed eccoli lì, l’uno accanto all’altro come due migliori amici: il primo, alto e grosso, a tutti gli effetti già un uomo, il secondo – che potrebbe doppiare un topo della Disney senza che nessuno gli dica che in effetti è un topo della Disney quello che sta doppiando – ancora un bambino, in una differenza di sviluppo che, ho imparato, è tipica dei compagni di classe ai primi anni delle superiori. Ora, uno dei due sudamericani (la donna) scende alla sua fermata, e uscendo dalle porte urla verso l’abitacolo «Hasta luego!»; lo fa con una tale allegria e con una tale spensieratezza – a confronto con i nostri volti grigi e sbadiglianti che proseguono verso la scuola – che la sua defezione a metà tragitto appare a tutti per quella che è, e cioè una vera cattiveria. Ora il pullman continuerà dritto per qualche centinaio di metri e poi, finalmente, ci sarà la tanto attesa curva a “u” – la preferita dell’autista, suppongo, che si allena a prenderla ogni giorno a velocità maggiore, per quanto è possibile considerato il lento e ingombrante mezzo con cui è costretto a gareggiare – una curva che farà rivoltare lo stomaco proprio a tutti. Ed è in previsione di questa curva che devo affrettarmi a concludere, poiché: 1) scrivere nella curva metterebbe definitivamente una croce nera su questa giornata 2) non si sa mai, è meglio comunque salutarvi prima della curva. Dopodiché, se dio vuole, saremo tutti arrivati. Sani e salvi.

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