La scuola, oggi

La scuola è un essere strano. Oggi non è più la scuola che ho vissuto io, quando ero ragazzo. Quella fatta di corridoi familiari e di scritte sui muri conosciute a memoria, quella fatta della mia classe, la III M, più che una classe una casa, una seconda pelle. L’edificio non è più quello elegante, bianco e rosso, nel centro della mia città natale, a pochi metri dal mare. La scuola è oggi, invece, questo grande edificio che si solleva dall’asfalto come un gigantesco polipo di cemento. Un edificio grigio, sformato, funzionale più che bello, grande più che monumentale. Un edificio fatto di tantissime aule e di infinite finestre, di corridoi che si diramano sconosciuti, tanti quanti sono gli indirizzi di un istituto comprensivo. È tutto così diverso dal liceo classico che ho frequentato ormai quasi vent’anni fa. Eppure, quanto sole negli occhi di questi ragazzi. E che peccato non poterli vedere sorridere da dietro le mascherine. Mentre cammino con uno dei miei alunni per i corridoi, mi pare di avvertire la stessa voglia che avevo io un tempo, lo stesso entusiasmo. Chiedo al mio alunno quando avrà la prima giornata del Debate, le olimpiadi in cui gli alunni brillanti si scontrano argomentando al meglio le loro opinioni su un tema dato. «Lunedì prossimo», mi dice lui, e aggiunge: «non so se arriverò ai primi posti, ma ce la metterò tutta!».

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